Nebbia su Milano

Nebbia è un archivio di appunti, scene e ricordi. Non segue un ordine. Segue una pressione.

Joint Jumbo

Ci trasferimmo in fretta. Due gatti, i laptop, i vestiti, i piatti, le piante in vaso, io, Seydou e il suo alcol. Gianfranco arrivava e non volevamo avere un ospite nel mezzo di un trasloco. Né per lui né per noi.

La prima mattina a Scat Urban aprii il rubinetto col cuore in gola. L’acqua venne fuori.

La seconda mattina, stessa cosa. Poi smisi di contare, ma non di temere. Era il settembre 2013 e la crisi sarebbe durata più di un mese.

L’appartamento era al secondo piano. Le scale sapevano di candeggina Viking, quella che vendevamo noi nello show-room sotto casa. Luce chiara al mattino, strada polverosa e rumorosa tutto il giorno. Gli ambulanti non gridavano: entravano porta a porta. Noi compravamo sempre i sacchetti di plastica — ci servivano per il negozio. Li adoravo: erano disegnati, tutti diversi. Mi ero allontanata da Parc Hann. Per il resto, poteva andare.

Ce lo disse la vicina francese del piano di sopra, quella dell’Immeuble Scorpion. Capelli stirati con la piastra, parlava solo con Seydou. Disse qualcosa di *les enfants* tornati dal calcio, poi del fango tra i capelli — fece anche il gesto con le mani e una smorfia schifata. Mostrai solidarietà cortese. Dentro pensai: fiuuuu.

Alla Voile d’Or la domenica incontrai l’italiana del civico accanto a Prix Doux. Era in bikini, venuta in spiaggia quasi esclusivamente per fare la doccia. Lì potevi usare solo l’acqua, niente detergenti. Mi disse che era stata nella palestra della sua villa, era risalita per lavarsi e… niente. Compravano i boccioni. Lei si era fatta un buco col cavatappi nel tappo di una bottiglietta e la usava per lo shampoo.

Alla sera era su tutti i notiziari. Una grossa giunzione nel principale condotto da Keur Momar Sarr si era rotta. Vecchio di decenni. Manutenzione zero. Solita storia.

Al telegiornale — RTS, la sera — mostravano sempre gli stessi video: Macky Sall in anfibi e mimetica che vagava un po’ impacciato accanto agli addetti. Gli addetti sgottavano il fango con barattoli di yoghurt vuoti. Bisogna riconoscere che erano barattoli da un chilo. L’autobotte che in teoria doveva rifornire tutta la città era stata avvistata soltanto davanti alla Presidenza.

Feci un commento su Macky in camouflage. Seydou non la prese bene. Disse, seccato: è il capo supremo dell’esercito. Non sopportava si criticasse quel governo. Pensai: allora siamo a posto. Flag e Gazelle, principalmente. A volte il vino che avevamo in casa, a volte superalcolici che nascondeva sotto ai cuscini del divano. Beveva di nascosto.

Scat Urban dipendeva da una rete idrica secondaria. Hann Mariste dall’acquedotto principale. Fu così che mentre negli appartamenti dei piccoli commercianti l’acqua scorreva, le ville di Bel Air pagavano il prezzo del condotto rotto. Io allora non lo sapevo. Immaginavo di essere collegata a qualcos’altro, senza averne la certezza. Si parlava di razionamenti, anche per chi l’acqua l’aveva ancora.

Sui gruppi Facebook di expat gli uni non facevano che chiedere agli altri se avessero l’acqua o no: da me, Lago Rosa, ancora nulla. Neanche da me. Neanche da me.

Io non scrivevo nulla temendo di portarmi sfortuna da sola.

Mamadou a Parcelles Assainies non aveva l’acqua ma aveva una sua pompa in cortile. Al mattino il vicinato faceva la fila alla sua porta. Djieynaba ad HLM5? Acqua pure lei e, in ogni caso, pure lei la sua pompa in cortile. I quartieri popolari hanno quei piani B — e a volte anche C e D — che i quartieri alti si sognano.

Noi avevamo dieci *bidons* vuoti della Kirene. Ogni mattina minacciavo la bonne di tenerli sempre pieni. Se voleva usarli per lavare i pavimenti o fare il bucato, doveva riempirli di nuovo. Era fortunata: da noi poteva farlo nella vasca da bagno. Altrove avrebbe dovuto andare alla pompa pubblica.

Gianfranco aveva passato due settimane a Toubab Dialaw. L’ultima settimana l’avrebbe trascorsa da noi.

Quando arrivò con il suo trolley chiese subito una doccia. Gli chiesi: non avevi l’acqua a Toubab Dialaw? Disse: no. Dissi: non me l’hai mai detto. Disse: dopo qualche giorno era diventato un non-problema. Di notte di solito l’acqua tornava e ne approfittava. Gli piaceva in qualche modo misurarsi con quel disagio. Gli sembrava di essere tornato a quando seguiva le carovane dei rally nel deserto. So adattarmi ancora abbastanza bene. Mi piace, disse con soddisfazione.

Mi fece tenerezza. Era un ospite.

Ogni sera i notiziari. Il Senegal aveva ordinato il pezzo dalla Francia. Si chiamava Joint Jumbo. L’arrivo richiedeva tempo: logistica, dogane. Credo di aver visto la foto in bianco e nero sui giornali: il pezzo appeso, mentre lo trasportavano o lo collocavano.

Lo aspettavo come non ho mai aspettato un parente in vita mia. La crisi durò più di un mese. Quando il problema fu dato per risolto, mi feci la tinta ai capelli.

Solo manghi

Scatto del manghieto di Malicounda, Senegal, con pozzo artesiano e pochi manghi giovani.Sessanta chilometri da Dakar, N1. Preso Oumar a Diamniadio. Vestito tradizionale, stava bene. Il diabete non ancora nelle dita. In macchina: caldo, ormai ci ero abituata. Traffico solo all’altezza di Diamniadio, soprattutto all’andata. Sempre così sulla N1. Nuova autostrada non ancora aperta, treno non ancora potenziato, Diamniadio ancora in embrione.

Scatto che ritrae Oumar e Seydou da lontano coi mediatori durante la visita al manghieto di Malicounda, Senegal.

Oumar: bisogna prima vederla. Due mediatori giovani. Non ricordo le facce. Seydou e Oumar camminano con loro. Io non lontana, ma per i fatti miei. Foto per Facebook — passatempo del periodo. Seydou recita, io recito. Oumar fa le domande, lo sento dire: “bisogna trasferirsi, impossibile venire da Dakar solo una volta ogni tanto”. Seydou non batte ciglio. Ascolta in silenzio, sorride senza commentare. Per lui è normale. Vivrebbe ovunque. L’agricoltura gli interessa. Uomo controllatissimo. Bevitore.

Io no. Penso al mare. Popenguine, Toubab Dialaw. Non che il manghieto sia brutto. Ma solo manghi.

Scatto che ritrae marianna, Gianfranco e la sua amica italiana da lontano, di spalle, mentre entrano in axqua a Toubab Dialaw, Senegal.

Il giorno prima, tutti insieme in spiaggia a Toubab Dialaw. Ne avevo parlato con Gianfranco e con quell’italiana. Se fosse solo amica non l’ho mai capito. Seydou più salottiero di me, più diplomatico, più abbottonato.

L’amica deve aver pensato lo stesso. Italiana. Vestita troppo sexy per età e fisico. La classica Toubab-io-so-come-si-vive. Però calma: doveva saper vivere davvero. Più vicina ai sessanta che ai cinquanta, alta dirigente di banca, ottima dialettica. Non mi meravigliava si intendesse con Gianfranco, anche solo per compagnia platonica. La cosa che più si notava: il suo uomo senegalese. Brillava solo per assenza.

Un attimo dopo, aria saputa da Toubab esperta di Senegal, inizia a sciorinarmi consigli: non mostrarti troppo interessata. Tira tuo marito per la manica, digli non c’è niente da vedere qui, su, andiamo. Ovviamente, sul punto, aveva ragione. Ma mi aveva dato ai nervi.

Il giorno dopo avevo già scordato il consiglio. Seydou mi richiama: smetti di saltellare dappertutto. Oumar stacca qualche mango. Non stavo con loro quando chiede il prezzo. Gironzolavo.

Oumar stacca qualche mango. Non stavo con loro quando chiese il prezzo: gironzolavo.

Tornando indietro, Oumar: spiacente, oggi niente pranzo. Nene di certo non aveva preparato niente di interessante. Chiedo: Nene cucina? Oumar spazza l’aria con la mano. Espressione infastidita per non dire disgustata. Dico: ma da te abbiamo sempre mangiato bene. Lui: C’était ma femme qui a fait à manger.

Oumar non sopportava Nene. Nuora à l’œil mentre suo figlio Pape era a lavorare in Italia. A farle le corna in Italia.

Si fa lasciare sulla N1. Traffico, clacson, venditori di scope, piumini per la polvere e zanzariere. Avrà preso un car rapide, o un taxi brousse, non lo so.

Scatto che ritrae la verdura coltivata al manghieto di Malicounda, Senegal.

Solo a casa, Seydou riferisce il verdetto: zona molto buona, ma piante scarse e troppo giovani. Punti a favore: aveva già il suo pozzo, il suo capanno, le sue verdure all’ombra dei manghi. Melanzane, peperoncini, cipolle, pomodori, gombo. Pronti per i mercati locali. Ma per la resa dei manghi, anni.

La luna di miele di Seydou si era conclusa in mezza giornata. Io mi preparavo a raddoppiare gli sforzi per il prossimo progetto-miraggio. Illusa che un altro reset — di business, geografico — mi avrebbe disintossicato il marito. Come se l’orizzonte si potesse acchiappare.

La luna di miele di Seydou si era conclusa in mezza giornata. Io mi preparavo a raddoppiare gli sforzi per il prossimo progetto-miraggio. Illusa che un altro reset — business, geografico — avrebbe disintossicato il marito. Come se l’orizzonte si potesse acchiappare.

In quelle stesse aree i manghi sono maturi. Le verdure quasi sparite.

Scatto del villaggio di Malicounda, nuova area in costruzione, strada di terra rossa, nessuno.

Gen – Set

Chi comprerebbe un mega-generatore in Italia per impiegarlo in Zambia?

Risposta: la nostra Organizzazione.

Lo volevamo, certo.

I tagli di corrente: dodici, sedici ore al giorno. Nessun preavviso, nessuna logica. Intere infornate di pane buttate.

Scatto che ritrae l'autrice, di spalle, mentre attende il ritorno della corrente alla bakery di Lusaka, fili e pali della luce in lontananza.

Ogni bakery di Lusaka aveva il suo generatore, anche le più misere. Laggiù bakery = generatore era equazione ovvia. Ma chi non è mai stato in Africa non sa cosa significa davvero stare senza corrente. Non le pompe dell’acqua. Non le pompe di benzina. I mulini si fermano, la farina non arriva, il pane non si cuoce. E per cuocere il pane serve corrente. Tanta corrente.

Chi è in occidente non sa, ed è anche normale. Un po’ meno normale quando, a non sapere, a non preoccuparsi, a non avere idea, è l’Organizzazione che ti ha mandato laggiù proclamando di sapere tutto.

Avevamo richiesto un voltaggio preciso. Alto.
Ne ordinarono uno sovradimensionato. Pensavano di fare bene: in tal modo non sarebbe bastato solo per alimentare la bakery ma anche gli alloggi, il parcheggio, la tv, il phon per asciugarci i capelli. Perché, quando venivano in visita, chiedevano di accendere quel generatore grosso come un armadio per farsi la piega a phon.

Peccato che se il gasolio scendeva sotto una certa soglia, si spegneva.
Tanto gasolio.
Non bastava mai.

Il gasolio veniva versato da Seydou stesso o dai fornai. Salivano su una scaletta con le taniche, il serbatoio era in alto. C’era un indicatore digitale.

Almeno quell’“armadio” fosse stato comprato in Zambia, o in Sudafrica dove sarebbe costato anche meno. Invece no: prodotto in Italia, spedito via mare, poi via terra. Tre mesi di tracking. È a Durban. È a Dar es Salaam. È ovunque ma mai dove era atteso.

Arrivò su un trasporto speciale, compagnia indiana: lo avevano accolto nel loro storage il giorno prima, e il mattino dopo ce lo portarono alla bakery. Lo vedemmo comparire dal portico e ci emozionammo come per un parente. La piattaforma di cemento era pronta, come da istruzioni. Pesava non so quanto. La cinghia di sollevamento si ruppe – era quasi a terra, grazie a Dio. Sulla piattaforma dedicata. Tutto bene.

Scatto che ritrae il generatore della bakery di Lusaka mentre viene sollevato dal trasporto per essere collocato sulla piattaforma dedicata.

Meno di un anno dopo, si ruppe un interruttore. Avvisammo il quartier generale. Dapprima non ci credevano: ci mandarono tutte le istruzioni possibili – dovete fare questa prova, questa e quest’altra. Alla fine scrissi: è guasto. Rotto. Kaputt. Aveva preso una scarica nel momento in cui tornava la corrente di rete. Avrebbe dovuto staccarsi da solo. Non lo aveva fatto. BUM. Dai pali vicini usciva fumo, si vedevano piccole fiamme. Scarica grossa, generalizzata.

Era ancora in garanzia. Ci spedirono il pezzo nuovo, con una condizione: rimandateci il pezzo rotto. I tecnici arrivarono – a pagamento, naturalmente, la casa produttrice non avendo rappresentanze in Zambia. Erano zambiani, di una compagnia che trattava generatori, ma non quel brand. Cristonarono per mezza giornata. Non era comico.

Nel frattempo dal quartier generale telefonavano in loop. Una responsabile continuava a mandarmi via WhatsApp foto di un manuale con una levetta cerchiata in rosso. Ci sono dei medici italiani, partono stasera, sono disposti a portare il pezzo nel bagaglio, dovete essere da loro adesso, subito, anzi ieri.
Alloggiavano a CheshireHome.

L’unica volta che qualcuno del quartier generale aveva avuto a che fare direttamente con quel generatore era stato per scaldarsi l’acqua e farsi la piega. Acceso apposta. Coi litri di gasolio che consumava. Nessuno di noi usava il phon. Solo loro, in quella visita unica.

Scatto che ritrae marianna e il marito Seydou alla bakery che gestivano a Lusaka, Zambia.

Ero al telefono nel vano tentativo di condurre un ragionamento con la pazza che urlava dall’Italia. Seydou era fuori, con i tecnici, ad aiutare.
Lo sentii partire: riparato!
Avevamo tenuto sequestrato l’autista per tutta la giornata: avevo bisogno che mi accompagnasse a Cheshire Home. Da sola mi sarei persa. Segnò gli straordinari e glieli pagammo, come sempre. Quasi ci denunciò per rapimento.

La cosa peggiore? Mentre ero lì, mentre mi sbattevo, avevo la sensazione di farlo per niente.

Scatto che ritrae Seydou da lontano davanti al cancello della bakery buia, accese solo le luci di sicurezza. Lusaka, Zambia.

Il generatore funzionò.

Noi no.

Eravamo project manager.
Sei mesi dopo che ci avevano sostituiti.
Yona – il vice capo fornaio – mi scriveva su Messenger. Eravamo rimasti molto popolari tra i dipendenti.
Una sera, in risposta a un mio messaggio, arrivò:

“Generator tabale ukusunga pa wiikashi. Gen-set no work. Weeks now. Finish.”

Ops 😁.

Screenshot del messaggio del vice-capo fornaio zambiano Yonah all'autrice.

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Toubab

Da Scat Urbam partimmo. Gianfranco in jeans e maglietta tipo “mozzo”, Nikon a tracolla, il francese perfetto che tirava fuori solo quando serviva. Sessant’anni disinvolti. Disse che soffriva il caldo. Strano, con i rally che aveva seguito — Dakar, Faraoni, Tunisia — ma, appunto, aveva sessant’anni, ormai.

Scatto che ritrae un uomo italiano, Gianfranco, di spalle sul lato nord dell'isola di Ngor, Senegal, mentre guarda il mare.

Guidavo io. Non nel senso di guidare l’auto. Nel senso di proporre, organizzare, saper dove andare, quanto pagare. Una piccola rivincita sugli anni in cui era stato lui a orientarmi nel mondo. Aveva diciotto anni di più.

Non sapeva che l’isola esistesse. Pensava che Ngor fosse solo un quartiere residenziale sulla terraferma — e infatti è anche quello. Un’occhiata alle piroghe “ufficiali” strapiene. Breve attesa strategica da parte nostra. Un ragazzo si avvicinò: volevamo passare dall’altra parte? Gianfranco arrotolò i jeans. Salimmo con altri senegalesi su una piroga semivuota. Unici toubab. Attraversammo.

Scatto realizzato da Gianfranco che ritrae Marianna, l'autrice, sulla piroga per l'isola di Ngor, Senegal

Sull’isola, metà mattina, sparuti turisti toubab come noi. Feci il giro che conoscevo. La panchina degli innamorati: gliela indicai, ma non la fotografò. Era forse stato di cattivo gusto portarcelo?
L’arco affacciato sull’oceano: una specie di Porta del Non Ritorno in versione contemporanea, o il simbolo della migrazione, non ho mai capito bene.
Buganville, come sempre, ovunque. Il villaggio dei pescatori, le piroghe allineate, iconiche, da cartolina.

Gianfranco andava di Nikon. Un gruppo di anziani disse che non voleva essere fotografato. Lui disse “peccato, sarebbe stato interessante” — ma si scusò con un cenno e si allontanò, per educazione più che per stanchezza.

All’imbarcadero, la piroga non c’era.

Dall’Oasis — chiuso — uscirono due tipi con dei materassini, palesemente sottratti alle sdraio del Pieds dans l’Eau, chiuso pure quello.

Foto di porzione di due materassini vuoti sotto due ombrelloni sulla spiaggia deserta dell'isola di Ngor, Senegal.

Vollero a tutti i costi sistemarci lì, sulla sabbia. Bisbigliai: “Gianfranco, ci fanno pagare”. Lo dissi soprattutto perché stava pagando tutto lui. Disse: “Cazzo me ne frega”. E poi, già sdraiato di schiena sul materassino: “Siediti”.

Uno dei due aveva dei parei. Io continuavo a bisbigliare che non ce li saremmo tolti più. Lui: “Ma smettila!” Contrattò, ne comprò due, uno per sua sorella, uno per me. Il tizio volle che “sua moglie” — ovvero io — indossasse il suo. A forza di nodini lo trasformò in un vero e proprio vestito. Gianfranco andò di Nikon.

Scatto di Gianfranco che ritrae l'autrice col pareo acquistato da due rivenditori sull'isola di Ngor, Senegal.

Chiese ai due se era tutto chiuso, disse che aveva una certa fame.
Quelli colsero la palla: “T’as faim, là? Faim de quoi? Attaya? Jus frais?”
Lui voleva jus frais. Anch’io. Gli dissi: “Chiedi se hanno la guava“. Disse: “Eeeeeh?”
Dissi: “È buono, se ce l’hanno digli di portarcelo”.

Ce l’avevano. Lo assaggiò. Disse: “È stupefacente. Mai assaggiato prima”.

Arrivò la piroga. Una volta a terra volle fermarsi sulla sabbia ad assistere a una gara di piroghe. Non sapevo nemmeno che ci fosse. Ma c’era. Sospettai che volesse riposare ma che non volesse dirlo. Chiesi: “Tutto ok?” Sbuffò: “Sì. Non me lo ricordavo questo caldo”. Tolse la maglietta, andò a bagnare il cappellino nell’acqua.

Disse: “Sai che quasi quasi non venivo?”

Un paio di mesi prima, ricovero d’urgenza al Granelli. Iperglicemia. Lo avevano riacciuffato per i capelli. Non pensava di poter viaggiare. Era andata bene.

Lo guardavo. Disse: “Cosa guardi? Sono io, eh, non sono mio fratello”.

Non glielo dissi. Che non avevo mai pensato che Gianfranco potesse ammalarsi. Invecchiare. Non mi piaceva.

Il ritorno fu complicato. Eravamo invitati a pranzo da Djieynaba, sorella di Seydou — situazione già di per sé assurda: io e il mio ex amante milanese a casa di mia cognata. Seydou era invitato, ovviamente. Aveva detto: “Forse ci vediamo lì”. Ma era chiaro che non ne aveva alcuna intenzione.

L’unico pirate taxi disponibile voleva cinquemila franchi.
Dissi: “T’es fou ou quoi? Mille cinq cents”. Si mise a ridere.
Gianfranco disse: “Eccola, la ligure”.
Replicai: “Stai scherzando, chiede cinquemila, piuttosto camminiamo fino alla strada principale”.

Poi pensai a quello che mi aveva raccontato. Pensai: meglio di no.

Ma lui aveva già detto “andiamo” e si era messo in marcia. Lo seguii.

Il taxista ci richiamò: “Hé! Deux mille, d’accord?”

Ci guardammo.

D’accord.

Scatto che ritrae l'iconica panchina con due cuori sullo schienale, lato nord dell'isola di Ngor, Senegal.

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Traghettare

Alberghi. Di nuovo.

Non a ore.
Non i costosi love hotel oltre la barriera sud.
Neppure l’Hotel Michelangelo, come con Gianfranco.

Scatto di un display di una stazione con la scritta MIlano C.le e l'annuncio di un ritardo.

Lui di Brescia, io di Arenzano.
Ci si trovava a Milano.
Vicinanze Stazione Centrale, per non perdere tempo.
Hotel dei cinesi. Tre stelle. Non si stava male.

Una notte, massimo due.
Poi ognuno a casa propria.
Io lavoravo.

All’inizio era un diversivo.
Poi quegli spostamenti iniziarono a pesare.

Mi parlava del Senegal.
Iniziammo a parlarne insieme.

C’era una possibilità concreta di lavoro.
I suoi avrebbero aiutato.
Avrebbe organizzato.
Dovevo solo pensare ai bagagli.

Mi lasciai traghettare in Senegal.
Traghettare è la parola.

Credo di essere andata perché non dovevo fare niente.
Zero responsabilità.
Tutto pronto.

E forse temevo che, altrove, non mi avrebbe seguito.

Una volta, tornando ad Arenzano in treno, decisi di tagliare.
Basta, pensai. Non deve andare avanti.

Smisi di rispondere alle sue telefonate.
Copione collaudato con Gianfranco.
A volte so essere vigliacca.

Con Gianfranco era successo prima.
Avevamo ripreso a vederci dopo una pausa.
Alberghi, di nuovo.
Poi lui disse: forse stavolta dovremmo sposarci. Siamo ancora in tempo a fare un bambino.
Smisi di rispondere.

Con Seydou invece, dopo due giorni, risposi.
E riprendemmo.

Una volta dovevamo vederci a Milano.
Biglietto già fatto.
Treno tra poche ore.

Lo feci rimborsare.
Dissi: troppo stanca.

Lui disse: vengo io.

Prese il primo treno da Brescia.
Guasto sulla linea, arrivò molto tardi.
Non a casa mia – paese pettegolo.
Si fermò due notti all’Hotel Al Mare.

Lo scelsi io. Non perché fosse economico (non lo era poi così tanto). Ma per discrezione. Ad Arenzano, cinque o sei alberghi in tutto. Lì i clienti entravano con un codice da digitare su un tastierino. I gestori non c’erano quasi mai.
Tre stelle malgestito. Lenzuola ruvide, bagno minuscolo. La nuora del gestore ti guardava come se la disturbassi.
Più di una volta non mi trattenni a dormire. Restava solo Seydou.

Non era l’Africa che conoscevo.
Non era l’Africa che desideravo.

Avevo vissuto a Johannesburg negli anni Settanta. Savana, jacarande e tramonti a portata di mano. Sognavo di tornarci.

Alberi di jacaranda in fiore a Johannesburg, atmosfera non da cartolina.

Il Senegal era sabbia e inquinamento.
Lo avevo capito da Street View.

Scatto di Dakar preso dall'aereo

Dakar dall’alto.

Seydou in Italia sembrava quasi vulnerabile.
Colto, raffinato, ben vestito.

Una volta, mentre mi aspettava ad Arenzano seduto a un tavolino, lo trovai davanti a un boccale di birra. Mi sorpresi. In Italia nascondeva l’alcol.

In Senegal no.

In Senegal rivelò un’altra faccia.
L’alcol, che in Italia nascondeva.
La famiglia potente – fratello tra gli uomini più influenti del paese.
Lui recitava il senegalese perfetto, lamentando che non mi adattavo.

Ma io non mi confrontavo con nessuno.
Non volevo essere dissuasa.

Pensavo di avere una grande opportunità.
E, in qualche modo, era vero.

Ed ero innamorata di Seydou.

Uomo (Seydou) seduto sugli scogli in una spiaggia invernale, sullo sfondo il mare mosso.

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Rientri a Dakar (19:00)

Tre volte a settimana, verso le diciannove, il cancello dell’Institut Français si apriva e mi restituiva alla strada. Il guardiano sempre al suo posto. Nel cortile, a sinistra dell’uscita, il bar. Poi i sanpietrini — bianchi, piccoli e consumati, sdrucciolevoli come in Portogallo.

Cinquecento metri dopo la svolta – superato il porticato di uffici, banche e compagnie aeree già chiusi – c’erano coni di buio (troppi) e l’aria di Dakar che di sera ha una  temperatura precisa. Dovevo andare dritta davanti al mio naso. Non c’era altro da fare.

Strada di Dakar al crepuscolo, edifici scuri ai lati, cielo che imbrunisce, pochi lampioni accesi.

Plateau, Dakar. Cinquecento metri dopo il porticato.

All’altezza dei porticati, ma chissà perché dal lato opposto, un rivenditore di caffè istantaneo con il suo capannello di giovani. Passavo alla larga per abitudine, non per un motivo vero. Di solito neppure mi guardavano.

Quando c’era il sardo — alto, un po’ più giovane, ospite di uno zio — si camminava insieme. Chiacchiere di intrattenimento, niente di più. Una volta parlammo dell’insegnante madre-lingua, una francese arrivata in classe con una pettinatura posticcia da salon afro. Lui disse: «Deve essere qui da un pezzo».

Un’altra volta si rise delle mie domeniche obbligatorie ad HLM5, il pranzo nella grande casa della mamma di Seydou, seduti a terra attorno al piatto comune. Djieynaba che pescava dal riso i pezzi migliori e li lanciava agli ospiti — a me in particolare: «Marianná. Mange».

Una gentilezza di cui avrei preferito fare a meno. Ma impossibile dar voce a tale preferenza. Sorrisi bonari. Io guardavo già la Place che non vedevo l’ora di attraversare. Prendere il bus. Sbrigarmi. Già troppo buio.

I gabbiani, a quell’ora, volavano alti e numerosi sopra la città.

Place de l’Indépendance era illuminata, ancora animata. Lì mi sentivo sicura, lì mi sarei attardata volentieri: mangiare una cosa al Rond Point, magari cercare il «mio» ambulante di abiti firmati-usati. Godermi Dakar. Non fosse che non ero nemmeno a metà strada.

Veduta di Place de l’Indépendance dalle vetrate delristorante Rond Point, luce crepuscolare, taxi gialli fermi sulla piazza.

Place de l’Indépendance. Lì mi sarei attardata volentieri.

La fermata del 13 non era niente di esotico: pensilina, folla, attesa. Se il bus era in ritardo sarebbe stato troppo pieno. In quel caso passavo al taxi collettivo senza indugio — almeno si aspettava che si riempisse seduti in macchina.

Una volta, sul bus, mi ero incastrata il polso tra la porta a soffietto e la parete. La porta si stava aprendo, la folla non lasciava scampo, il cartello c’era, diceva: non appoggiarsi, ma non potei farci niente. Qualcuno urlò all’autista che richiuse subito. Nulla di rotto. Solo una stretta molto forte.

Il taxi collettivo aveva fermate prestabilite. Dopo la station-service di HLM stavo all’erta — la mia era quella dopo, davanti alla Police, sul lato opposto dello stradone a quattro corsie. Illuminata quasi zero, invisibile dal finestrino di sera.

Ogni volta chiedevo conferma al taxista, tranne quando capitava quello che mi conosceva già: «Madame, na nga def!».

Stradone da attraversare. Poi il mercato.

Marché HLM non chiudeva — o almeno, non alle sette di sera. Buio e animato insieme, una combinazione che non piaceva. Se tutto andava come doveva, bastava una fila di bancarelle e poi la strada giusta. Non guardavo nulla. Pensavo solo ai passi – il dedalo del mercato coperto, evitato con precisione chirurgica.

Nella strada dove avevo parcheggiato molti mi riconoscevano, qualcuno mi salutava a volte chiamandomi persino per nome: «Salut Marianná». O Mariama. O Meriem, come diceva la mamma di Seydou. L’auto era sempre nello stesso posto. La vedevo e potevo smettere di contare i passi.

Da lì ad Hann Mariste, a quell’ora, poco traffico. Quello almeno.

In qualche modo quella routine mi corrispondeva. Ogni rientro una piccola impresa con esito incerto che ogni volta andava bene. Non fosse stato per quello che aspettava a casa: un’incognita peggiore di tutte le altre, messe insieme.

Avevo quell’inquietudine, puntuale come il cancello che si apriva alle diciannove. La sentivo chiara e forte in mezzo agli occhi, come una ruga che solcava la fronte. Ero convinta che tutti la vedessero, trovavo impossibile che non accadesse. Ma non la vedevano.

Non lo dicevo a nessuno. E nessuno se n’è mai accorto.

Strada di Sodida al crepuscolo, taxi gialli che viaggiano in direzione opposta, vista dal finestrino di un’auto in movimento.

Sodida, Dakar, a metà strada tra HLM e Hann Mariste. Poco traffico.

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Milano alle quattro di mattina è un altro posto

Strada deserta di Milano con nebbia fitta

Milano alle quattro di mattina.

D’inverno Milano alle quattro di mattina è un altro posto. Lo sanno in pochi. Piazzale Nigra, l’Arco della Pace,  Corso Sempione sembravano una dimensione irriconoscibile e parallela.

La vecchia Uno verde oliva di mia madre – passata a me per ragioni pratiche (mia madre passata alla Punto nuova) – percorreva sempre lo stesso tragitto. Con estrema cautela: ogni volta, specie all’andata, temevo di perdermi. Al ritorno, con la luce del giorno, mi orientavo meglio. Di fatto non mi persi mai.

In via Jan si entrava, computer sempre accesi, e si cominciava a tagliare. Il verbo era quello: tagliare. Un enorme scanner A3, un programma di cut and paste, una pila di quotidiani. Ognuno di noi aveva un codice univoco, tracciabile. Il mio: ooo. A fine turno si sapeva con esattezza quanto ognuno aveva reso. Nessuna ambiguità sul valore di una persona.

Ero veloce. Mi ci misero subito.

Alle nove si andava in Piazza Argentina: Skyline Cafè, aria da bar di quartiere frequentato da VIP. Entrò Teo Teocoli, una volta. Aldo Serena, un’altra. Loro venivano serviti personalmente dal proprietario al tavolo. Sceneggiate che non amavo. Io mi portavo cappuccio e brioche al tavolo da sola, per non sovraccaricare i camerieri di quel posto sempre pieno di gente. A suon di cappuccino spruzzato di cacao e brioche integrali al miele, trecentosessantacinque giorni l’anno, probabilmente io pagavo più oboli di un VIP.

Tazzina di cappuccino con polvere di cacao e schiuma

Cappuccino spruzzato di cacao. Ogni giorno.

Ogni tanto Gianfranco chiamava. Diceva: “Sono in zona”.

Allora non sedevo con gli altri. Solo noi due a un tavolino “distaccato”. Lui, qualche filo grigio e gli occhiali dalla montatura figa, la giacca, la cravatta Regimental, il parka o il Loden se faceva freddo. Io, kilt minigonna e calze nere coprenti. So che ci guardavano, anche se non chiedevano.

Diciotto anni di differenza sono una distanza precisa. Un abisso, una curiosità.

D’estate la geometria cambiava. Si tagliavano i settimanali al pomeriggio, in una via Jan irreale. Io, la responsabile, e pochi altri, a voci basse, riviste di moda, di gossip, di viaggi che passavano di mano, mentre fuori Milano si svuotava di tutto, tranne che del caldo. Allora la moquette della Selpress si popolava di zanzare. O moscerini. O pulcette. Comunque, roba vorace che pungeva i miei polpacci scalzi. Una volta ero così sforacchiata, disperata dal prurito, che la moglie del capo bagnò una garza con acqua e ammoniaca. Non molto sano, forse, ma il prurito se ne andò.

Dal turno delle 5 del mattino uscivo alle due del pomeriggio. Raggiungevo a piedi la Posta in corso Venezia per qualche bolletta. Poi metro fino a Bonola, e qui tappa all’Ipercoop: cercavo il surimi da mettere nell’insalata.

Ingresso con porte scorrevoli del centro commerciale di Bonola Milano

Bonola, l’Ipercoop, le offerte, il surimi. Foto di Andrea Crocioni – Trilogia del Gallaratese

Infine su, su alla mia torre di via Quarenghi. Non ricordo il numero, ma ricordo il piano: dodicesimo.

Accendevo la De Filippi dal divano, ma con la sveglia alle quattro mi veniva subito da dormire. Non volevo fare il riposino pomeridiano tipo vecchietta di vent’anni. E allora giù col montacarichi, su la bici di Decathlon – regalo di Gianfranco per la vacanza in Austria, per i sabati insieme lungo Martesana che in settimana diventavano mie pedalate solitarie in via Cilea.

Via Cilea d’estate dava esattamente quell’idea: là dove c’era l’erba. Ci pensavo sempre, mentre pedalavo. Il ragazzo della via Gluck aveva ragione, ma lui almeno era tornato.

Gianfranco diceva: “Non mi piace sapere che pedali in mezzo al nulla.”

Oppure camminavo venti minuti da Bonola a San Leo per aerobica.

D’inverno andavo al Soul to Soul. Gratis per le donne, prima delle ventitré. Dormivo fino alle ventidue, mi preparavo, entravo, ballavo qualche ora, tornavo in via Quarenghi. La coinquilina – sua amica – mi vedeva vestita di tutto punto e mi chiedeva: “Lo vedi stasera?” A volte sì, a volte: “Vado a ballare”. Diceva: “Vivi la tua giovinezza, è giusto così.”

Lo diceva con un vago sorriso, come se intendesse qualcosa di preciso.

Sul metro, a Lotto o a Lampugnano, a volte incontravo una ragazza poco più giovane di me, infermiera part time per Medicasa. Una volta mi chiese di accompagnarla tra le bancarelle, a scegliere un paio di zoccoletti bianchi per il lavoro. Scelse in fretta, salutò diverse persone. Nata nel Gallaratese. Mi disse: “So qual è la tua macchina, la Uno verde.”

“Uno Turbo”, precisai distratta.

“È sempre parcheggiata vicino a quell’altra, quell’Audi nera un po’ opaca.”

Pensai: beh, sempre… non del tutto vero. Le dissi: “La macchina del mio ragazzo.” Non sapevo mai come chiamarlo. Ma certo non era un ragazzo.

Disse: “Ti tratti bene.” Credo si riferisse alla macchina. Non credevo avesse mai visto Gianfranco. Poi: “Volete entrare nella mia compagnia?”

Certo. Come no. Ci mancava solo di trovarmi col mio lui ultraquarantenne in una comitiva di gente persino più piccola di me.

Almeno alla Selpress c’erano colleghi della mia età. La mia vicina di scrivania diceva che il suo ragazzo voleva far conoscere i genitori. I genitori si erano parlati al telefono e si erano detti: ci conosceremo se lo vorranno i ragazzi.

Io non avevo questo problema. Non avevo un ragazzo. Mia madre non voleva conoscere il mio non-ragazzo, e lui diceva: “Se vuoi le telefono, le parlo.” E io rispondevo: “Per carità.”

Gianfranco diceva: “Ma vuoi andare avanti tutta la vita così? Non hai bisogno di vivere così.”

Intendeva il lavoro. Le cinque di mattina. Intendeva che c’era lui.

Io rispondevo: “Be’? Cosa c’è di male?”

Non lo ricordo. So che a un certo punto me lo sono chiesta: ma cosa sto facendo? E la risposta non è arrivata in forma di parole.

È arrivata nel parcheggio sotto alle torri, dove veniva a prendermi. Senza riuscire a spiegargli. Senza dirgli cosa avrei voluto, né cosa mi mancava. Senza neanche un “ti voglio bene, ma…”. Senza saperlo ancora adesso, a dire il vero.

Dopo il turno di mattina uscivo alle due del pomeriggio. Milano era già un’altra città, di nuovo.

Tramonto sulle torri residenziali di Bonola a Milano con scorcio dei palazzi

Dove veniva a prendermi. Dove non ho saputo spiegare. Foto di Andrea Crocioni – Trilogia del Gallaratese

 

Due delle foto qui pubblicate sono gentilmente concesse dal giornalista e scrittore milanese Andrea Crocioni, Trilogia del Gallaratese

 

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Animalerie Dakar

Seydou era partito due mesi prima. Doveva preparare tutto. Questa la versione ufficiale. Io avevo il timore vago, appiccicoso, che non avrebbe preparato niente: lo scacciavo come si scaccia un moscerino fastidioso.

Poi mi disse che il lavoro c’era, ma solo per me. Potevo tornare da Fatima, a Faline, la ditta messa su coi soldi di Alassane. Non si sapeva bene facendo cosa, ma qualcuno stava per lasciare. Mi suggerì di ripassarmi Excel. E io ripassai Excel. Per farlo simulavo un modulo per prima nota. Ero metodica. Ero, a saperlo, ridicola.

Quando arrivai a Dakar pensavo di incontrare Fatima quasi subito. Invece: sei appena arrivata, riposati. Aspettai una settimana. Quel tempo, almeno, fu utile: dovevo rinnovare la carta di soggiorno. Seydou mi accompagnò au commissariat de Dieuppeul.

All’ingresso, un gendarme mi guardò dal basso: indossavo vestito sopra il ginocchio. Non passai nemmeno dalla porta. Mi mandò via: Devant moi, on s’habille comme il faut. Non ci potevo credere finché non parlai con un’altra italiana, pratica di Dieuppeul: stesso gendarme, marito in bermuda, stesso rimbrotto, stesso tono secco. Evidentemente il funzionario aveva un codice di abbigliamento.

Tornai in calzoni. Mi riconobbe, ma non lo diede a vedere. Passai senza problemi. Pagai il deposito. Fine. Carta di soggiorno in mano. Waaw, waaw.  Bien sûr.

Carta di soggiorno senegalese scaduta nel 2014, con foto e dati personali visibili.

Rinnovata. Waw. Bien sûr.

Fatima venne ad HLM una domenica mattina. Seydou ovviamente non c’era. Mi salutò con la bise, minimo sindacale. Abdul — figlio di Djieynaba, sorella di Seydou — le chiese di finanziare il deposito della sua tesi: centocinquantamila CFA tra tasse e stampa.

Piazzale semideserto di HLM5 a Dakar vicino alla Posta. Due bambini seduti su vecchi copertoni, lontani.

HLM5, Dakar.

Fatima sganciò. Si trattenne lo stretto necessario, l’aria condiscendente di chi fa un grande favore, poi tolse il disturbo. Al mio lavoro nessun accenno. Non chiesi. Sapevo già la risposta. Forse neppure sapeva che cercavo lavoro. Forse Seydou non gliene aveva mai parlato. Forse Excel non c’entrava niente.

Decisi di cercare per i fatti miei. Su un gruppo di expat trovai italiana che cercava una specie di co-rappresentante per un marchio di pasta. Mai stata un’anima commerciale. Ma Seydou lo è! pensai. Quindi gliene parlai. Lui disse “bene”, scrissi su Messenger, ottenni risposta: la tipa era disposta a incontrarci a casa sua, zona Deux Voies. Seydou chiese all’autista di famiglia di accompagnarci: non conosceva la strada e il parcheggio era un problema. L’autista era ingaggiato da Amadou, genero-medico di Djieynaba, per portare Ouleye al lavoro e Djieyna a scuola. Però si usava la nostra macchina e, soprattutto, la nostra benzina, quindi disse di sì. Noi in orario. La tipa in ritardo. L’autista sulle spine, faceva facce e sbuffi eloquenti. Gli avrei dato due sberle.

Il fatto di essere imparentato col genero-medico gli conferiva una qualche idea di potere. Noi gli ultimi arrivati. Seydou scaldò i motori per una discussione gerarchica, scena già vista: in teoria era il maschio più anziano della casa. In pratica non teneva un lavoro. E beveva. Il genero-medico osservava l’islam ed era… medico. Tagliai corto: l’autista poteva andarsene, saremmo tornati in taxi. La tipa della pasta arrivò, spiegò, disse fatemi sapere. Sul taxi chiesi a Seydou: cosa ne pensi? Rispose: hai sempre detto di non sentirti un’anima commerciale. Capii l’equivoco. Buttai lì lo stesso: era per te. Disse: per me? Non ci penso nemmeno. Eccellente.

Tempo dopo comparve un annuncio: Animalerie Dakar. Non era chiaro cosa volessero. Contatto Whatsapp. Un libanese. Mi disse di incontrarci all’animaleria, zona stadio di Ngor. Stavolta Seydou guidò lui. In macchina ragionava ad alta voce: come farai col trasporto se prendi questo lavoro? Pareva scontato che dovessi lavorare solo io. Arrivati, disse al proprietario: lei, ovvero io, ama gli animali. Lei, ovvero io, vuole lavorare con gli animali. Il libanese rispose: io non amo gli animali. Non ho nulla contro gli animali, mais pour moi c’est du business. Seydou insistette: dove c’è lei, ovvero io, la gente entra. Diceva il vero — già verificato sul campo che i clienti venivano attratti da me, bianca, dietro una cassa. Ma al libanese non importava: aveva moglie in Spagna. Voleva vendere e trasferirsi.

Sulla strada del ritorno Seydou disse: potrebbe essere una buona idea. L’animaleria. Dissi: e chi la compra? Risposta: devi pur essere disposta a investire qualcosa.

Fattela comprare da Alassane.

Vetrina di un negozio di animali a Dakar con insegna "Chez les toutous". Numeri di telefono, email e sito web oscurati.

Animalerie Dakar: c’est du business.

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La prolunga

Il primo appartamento lo ricordo per la prolunga. Camera ammobiliata in Piazza Napoli, signora separata. Prima di me aveva abitato lì un’amica di mia madre – referenza considerata sufficiente, almeno dalla madre di cui sopra.

Donna giovane e donna di mezza età in abiti anni Novanta in edificio milanese. Braccia lungo i fianchi, posa frontale.

Gianna, la madre, volle comunque accompagnarmi il giorno del trasloco. Avrei preferito andare per mio conto: non ci fu verso.

Sul pavimento, arrotolata e già inserita nella presa, una prolunga. L’avevo chiesta io, per il phon. Malaugurata idea di raccoglierla.
Filo spelato in un punto: rame vivo. La scossa mi bastonò la schiena (assurdamente credetti fosse stata mia madre), mi incollò quel gomitolo elettrizzato agli anelli della mano destra.

La picchiai contro lo schienale di una sedia per staccarlo. Finché il salvavita scattò e la cosa cadde a terra da sola.

Mano scorticata viva. Né io né mia madre toccammo più una presa per il resto della giornata.

Rito iniziatico milanese, a modo suo.


La signora, dopo qualche tempo, volle indietro la camera: le tornavano i figli. Trovai Cardinal Mezzofanti in tutta fretta, di nuovo camera ammobiliata, di nuovo madre con amica a supervisionare.

Durò due settimane: proprietaria psicotica in senso clinico. Una notte mi chiese di chiamare il 118 perché aveva finito il Valium. La ricoverarono a Niguarda fino a data da destinarsi. Mi propose di restare fino al suo ritorno.

Declinai.


Corso Vercelli durò circa due anni, un record. Nel frattempo avevo cambiato anche ufficio: da via Bergamo a via Morgagni. Lo raggiungevo con un tram con un sei nel numero, poi metro, poi a piedi come al solito.

Lavoravo a Nevesport, rivista di sport invernali, stagista. Mi piaceva moltissimo. Mi sfruttavano, certo, e Gianfranco si arrabbiava. Io mi arrabbiavo perché si arrabbiava.

Ogni tanto la redazione mi allungava qualche briciola – favoritismi, regalini – come apprezzamento del mio impegno, per non dire abnegazione. Funzionava, almeno con me.


Gianfranco aveva trentotto anni quando lo conobbi, io venti. PR per una grande casa editrice nel campo degli sport invernali, riciclato nel motorsport d’avventura dopo il tramonto di Alberto Tomba.

Bell’uomo, buona famiglia, separato in via di divorzio, molto corteggiato. Una casa di proprietà a Cermenate, vicino a quella della sorella. Arredamento maschile ridondante: pezzi da mercatini dell’antiquariato e aggeggi hi-tech supercostosi. Apparenza disinvoltamente vincente.

Sotto, insonnia e J&B notturno.

Simpatico e tagliente. Mi trovavo bene con lui. Eppure non gli dicevo molte cose – cosa avrei desiderato, cosa mi mancava. Non mi sentivo alla sua altezza, anche se adesso non ricordo perché.


Fu lui a trovarmi la sistemazione successiva: condivisione in via Quarenghi, nelle Torri di Bonola con una sua amica e coetanea, divorziata, ligure come me.

Uomo di spalle in piedi. Di fronte il mare aperto, cielo sereno. Foto sfocata, no posa.

Ogni venerdì lei partiva direttamente dal lavoro verso Santa Margherita, ogni lunedì rientrava direttamente in ufficio. Fine settimana lungo, casa libera di cui quasi non godevo perché lo passavo con Gianfranco.

Appennino tosco-emiliano – che non mi piaceva affatto. Liguria d’inverno – che mi piaceva di più. La Piana di Latte, la sua personalissima stagione balneare. Toscana, no mare: Chianti.


Lo lasciai sotto le Torri di Bonola, nel parcheggio dove metteva la macchina quando veniva da me.

Le torri residenziali di via Quarenghi, Quartiere Gallaratese, fotografate dal basso. Taglio irregolare.

Senza il suo aiuto via Quarenghi divenne troppo cara. Trovai via Treviso, zona Padova.

Abitavo lì quando mi tese un’imboscata: era sera. Io, scesa dalla metro a Palmanova, facevo il resto a piedi come al solito. Mi annunciò un viaggio di lavoro, uno di quelli polverosi e on the road: Parigi-Dakar. Volevo raggiungerlo all’arrivo? Resort al Lago Rosa, grande festa con partecipanti, sponsor, giornalisti e tutto il circo. Una figata.

Volevo dire sì. Dissi no.


Nel frattempo Nevesport aveva chiuso. Al posto di quel lavoro interessante avevo trovato… lavori – sempre editoria, senza entusiasmo.

Un’agenzia di rassegna stampa elettronica: trentasei ore settimanali con turni assurdi, notti, albe, festivi. Attraversavo Milano a orari bui e strani sulla Uno di mia madre. Gianfranco non era contento. Diceva: pericoloso.

Una volta dei tizi mi inseguirono in macchina. Una notte i carabinieri mi fermarono. Quello sul sedile del passeggero teneva la pistola nascosta sotto la giacca. Pistola puntata verso di me, che mi ero fermata per raschiare il ghiaccio dal parabrezza. Avevo dimenticato di coprirlo col giornale la sera prima – metodo Gianfranco, infallibile… a patto che me ne ricordassi.


Finii in un ufficio stampa di una fondazione di ricerca. Prestigioso, dicevano. Non c’era niente da fare. Mi sentivo prigioniera a Milano. Quella Milano che pure adoravo e che offriva così tanto.

Non mi bastava.

Volevo esperienze. Volevo tornare in Africa, ma non per raggiungere Gianfranco all’arrivo della Parigi-Dakar: per viverci. Non glielo dissi mai: sarebbe stato comunicargli che tutto quello che mi offriva non mi andava bene. Non gli dissi nemmeno trasferiamoci.

Avevo poco da perdere: solo lavori. Lui la sua vita.


I traslochi nel DNA.

A Milano non lo sapevo ancora.

 

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SENDOU. Gianfranco, il catasto, le piastrelle.

Avevamo deciso di andarci. Terreno a Sendou, sulla strada per Toubab Dialaw. Scrissi a Gianfranco su Skype: “Vieni con noi, passiamo a prenderti.” Idea mia. Speravo di vederlo più spesso – non so se per lui o come ancora di salvezza. Senegal = appoggio, anche se non gli confidai nulla.

Scatto che ritrae il terreno di Sendou, periferia dakar, Senegal, descritto nel post.

Sendou: il terreno.

“Va bene.” Accondiscendente più che convinto.

Non mi aspettavo accettasse. A Toubab Dialaw c’era una bonne. Che non era solo bonne. Aveva conosciuto un’italiana, coetanea, proprietaria di casa – innamorata di un senegalese con moglie giovane in moschea. Alta dirigente, piglio deciso. Furibonda con lui o, piuttosto, disperata mascherata. In spiaggia ce l’aveva presentata. Ogni sera si trovavano in un locale. Lei: “Stasera ti do da fumare qualcosa.” Acc! Esistenza fitta, la sua, per uno venuto a perlustrare posti in vista di trasferimento post-pensione.

“Fumi erba? Tuuuu?” Gli dissi divertita, incredula, scandalizzata – in modo che lei sentisse, e Seydou no. “Con questo caldo, nemmeno sigarette“. E aggiunse: Mamma.” Dandomi buffetto sulla nuca.

Partimmo mattina, forse le dieci e mezza. Andammo a prenderlo con l’auto di Seydou. Appuntamento a Yenne, davanti a centro caritatevole. Era in ritardo. Seydou seccato: “Non abbiamo bisogno di lui”. Io lo scusavo: volevo assolutamente che venisse. La mia ancora, almeno per tre settimane.

Seconda volta che si vedevano — la terza se si conta una breve presentazione di notte all’aeroporto. Seydou parlava benissimo italiano, Gianfranco perfettamente francese. Tra loro cortesia maschile pragmtica e impeccabile: prova di forza, controllo massimo. Nessuno dei due perse un punto.

un uomo europeo e un senegalese, figure distanti su un appezzamento di terreno in Senegal, luce solare forte, atmosfera sospesa.

Ognuno al suo posto. O quasi.

Gianfranco sessant’anni. Diverso da come lo ricordavo a Milano — jeans, maglietta fuori, cappellino. Mi trattava con una specie di affettuoso distacco. Anche quello  diverso. O forse voluto.

Terreno grande, bello. Inaspettato. Io chiesi: “Arriva la corrente?” Gianfranco a Seydou: “Viene voglia di costruire qui.” Seydou: “Fammi sapere, ho parente al catasto.”
Terreni Senegal sempre rischiosa incognita.

Scena normale. Tre persone su appezzamento di terra rossa sotto il sole. Ognuno al suo posto, o quasi.

Speravo in pranzo insieme. Non volevo tornare a casa, mi pesava da matti. Invece Seydou chiese se andava bene riaccompagnarlo. Gianfranco disse: benissimo.

Mattino dopo. Seydou lo vede scendere da taxi con l’italiana. Venuta a Dakar a scegliere i carreaux, le piastrelle. Si erano stretti la mano vicino al bar di Henri. Tornava tutto: dintorni pieni di rivenditori, espositori all’aperto di piastrelle locali, spagnole, italiane.

Esposizione all'aperto di piastrelle (carreaux) a Dakar, insegna Mondial Carreaux Keur Bamba.

Mondial Carreaux.

E Seydou assiduo delle Flag di Henri.
Dissi: “Non gli hai detto di venire?” 
“No tempo, taxista trafficato.”

Chiamai subito Gianfranco: “Sei a due passi dallo show-room e non passi? Dimmi chiaro se non vuoi vedermi.” Lui: “Cosa dici, tesoro mio? Figurati. Non so dov’è. Lei mi ha chiesto per le piastrelle.” Come stessimo ancora insieme.

Ero sola su terra rossa.

Un taxi Pirate (giallo e nero) in corsa sull'autostrada a Dakar, Senegal.

Taxista trafficato.

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