Ci trasferimmo in fretta. Due gatti, i laptop, i vestiti, i piatti, le piante in vaso, io, Seydou e il suo alcol. Gianfranco arrivava e non volevamo avere un ospite nel mezzo di un trasloco. Né per lui né per noi.
La prima mattina a Scat Urban aprii il rubinetto col cuore in gola. L’acqua venne fuori.
La seconda mattina, stessa cosa. Poi smisi di contare, ma non di temere. Era il settembre 2013 e la crisi sarebbe durata più di un mese.
L’appartamento era al secondo piano. Le scale sapevano di candeggina Viking, quella che vendevamo noi nello show-room sotto casa. Luce chiara al mattino, strada polverosa e rumorosa tutto il giorno. Gli ambulanti non gridavano: entravano porta a porta. Noi compravamo sempre i sacchetti di plastica — ci servivano per il negozio. Li adoravo: erano disegnati, tutti diversi. Mi ero allontanata da Parc Hann. Per il resto, poteva andare.
Ce lo disse la vicina francese del piano di sopra, quella dell’Immeuble Scorpion. Capelli stirati con la piastra, parlava solo con Seydou. Disse qualcosa di *les enfants* tornati dal calcio, poi del fango tra i capelli — fece anche il gesto con le mani e una smorfia schifata. Mostrai solidarietà cortese. Dentro pensai: fiuuuu.
Alla Voile d’Or la domenica incontrai l’italiana del civico accanto a Prix Doux. Era in bikini, venuta in spiaggia quasi esclusivamente per fare la doccia. Lì potevi usare solo l’acqua, niente detergenti. Mi disse che era stata nella palestra della sua villa, era risalita per lavarsi e… niente. Compravano i boccioni. Lei si era fatta un buco col cavatappi nel tappo di una bottiglietta e la usava per lo shampoo.
Alla sera era su tutti i notiziari. Una grossa giunzione nel principale condotto da Keur Momar Sarr si era rotta. Vecchio di decenni. Manutenzione zero. Solita storia.
Al telegiornale — RTS, la sera — mostravano sempre gli stessi video: Macky Sall in anfibi e mimetica che vagava un po’ impacciato accanto agli addetti. Gli addetti sgottavano il fango con barattoli di yoghurt vuoti. Bisogna riconoscere che erano barattoli da un chilo. L’autobotte che in teoria doveva rifornire tutta la città era stata avvistata soltanto davanti alla Presidenza.
Feci un commento su Macky in camouflage. Seydou non la prese bene. Disse, seccato: è il capo supremo dell’esercito. Non sopportava si criticasse quel governo. Pensai: allora siamo a posto. Flag e Gazelle, principalmente. A volte il vino che avevamo in casa, a volte superalcolici che nascondeva sotto ai cuscini del divano. Beveva di nascosto.
Scat Urban dipendeva da una rete idrica secondaria. Hann Mariste dall’acquedotto principale. Fu così che mentre negli appartamenti dei piccoli commercianti l’acqua scorreva, le ville di Bel Air pagavano il prezzo del condotto rotto. Io allora non lo sapevo. Immaginavo di essere collegata a qualcos’altro, senza averne la certezza. Si parlava di razionamenti, anche per chi l’acqua l’aveva ancora.
Sui gruppi Facebook di expat gli uni non facevano che chiedere agli altri se avessero l’acqua o no: da me, Lago Rosa, ancora nulla. Neanche da me. Neanche da me.
Io non scrivevo nulla temendo di portarmi sfortuna da sola.
Mamadou a Parcelles Assainies non aveva l’acqua ma aveva una sua pompa in cortile. Al mattino il vicinato faceva la fila alla sua porta. Djieynaba ad HLM5? Acqua pure lei e, in ogni caso, pure lei la sua pompa in cortile. I quartieri popolari hanno quei piani B — e a volte anche C e D — che i quartieri alti si sognano.
Noi avevamo dieci *bidons* vuoti della Kirene. Ogni mattina minacciavo la bonne di tenerli sempre pieni. Se voleva usarli per lavare i pavimenti o fare il bucato, doveva riempirli di nuovo. Era fortunata: da noi poteva farlo nella vasca da bagno. Altrove avrebbe dovuto andare alla pompa pubblica.
Gianfranco aveva passato due settimane a Toubab Dialaw. L’ultima settimana l’avrebbe trascorsa da noi.
Quando arrivò con il suo trolley chiese subito una doccia. Gli chiesi: non avevi l’acqua a Toubab Dialaw? Disse: no. Dissi: non me l’hai mai detto. Disse: dopo qualche giorno era diventato un non-problema. Di notte di solito l’acqua tornava e ne approfittava. Gli piaceva in qualche modo misurarsi con quel disagio. Gli sembrava di essere tornato a quando seguiva le carovane dei rally nel deserto. So adattarmi ancora abbastanza bene. Mi piace, disse con soddisfazione.
Mi fece tenerezza. Era un ospite.
Ogni sera i notiziari. Il Senegal aveva ordinato il pezzo dalla Francia. Si chiamava Joint Jumbo. L’arrivo richiedeva tempo: logistica, dogane. Credo di aver visto la foto in bianco e nero sui giornali: il pezzo appeso, mentre lo trasportavano o lo collocavano.
Lo aspettavo come non ho mai aspettato un parente in vita mia. La crisi durò più di un mese. Quando il problema fu dato per risolto, mi feci la tinta ai capelli.
Sessanta chilometri da Dakar, N1. Preso Oumar a Diamniadio. Vestito tradizionale, stava bene. Il diabete non ancora nelle dita. In macchina: caldo, ormai ci ero abituata. Traffico solo all’altezza di Diamniadio, soprattutto all’andata. Sempre così sulla N1. Nuova autostrada non ancora aperta, treno non ancora potenziato, Diamniadio ancora in embrione.

































