Il primo appartamento lo ricordo per la prolunga. Camera ammobiliata in Piazza Napoli, signora separata. Prima di me aveva abitato lì un’amica di mia madre – referenza considerata sufficiente, almeno dalla madre di cui sopra.

Donna giovane e donna di mezza età in abiti anni Novanta in edificio milanese. Braccia lungo i fianchi, posa frontale.

Gianna, la madre, volle comunque accompagnarmi il giorno del trasloco. Avrei preferito andare per mio conto: non ci fu verso.

Sul pavimento, arrotolata e già inserita nella presa, una prolunga. L’avevo chiesta io, per il phon. Malaugurata idea di raccoglierla.
Filo spelato in un punto: rame vivo. La scossa mi bastonò la schiena (assurdamente credetti fosse stata mia madre), mi incollò quel gomitolo elettrizzato agli anelli della mano destra.

La picchiai contro lo schienale di una sedia per staccarlo. Finché il salvavita scattò e la cosa cadde a terra da sola.

Mano scorticata viva. Né io né mia madre toccammo più una presa per il resto della giornata.

Rito iniziatico milanese, a modo suo.


La signora, dopo qualche tempo, volle indietro la camera: le tornavano i figli. Trovai Cardinal Mezzofanti in tutta fretta, di nuovo camera ammobiliata, di nuovo madre con amica a supervisionare.

Durò due settimane: proprietaria psicotica in senso clinico. Una notte mi chiese di chiamare il 118 perché aveva finito il Valium. La ricoverarono a Niguarda fino a data da destinarsi. Mi propose di restare fino al suo ritorno.

Declinai.


Corso Vercelli durò circa due anni, un record. Nel frattempo avevo cambiato anche ufficio: da via Bergamo a via Morgagni. Lo raggiungevo con un tram con un sei nel numero, poi metro, poi a piedi come al solito.

Lavoravo a Nevesport, rivista di sport invernali, stagista. Mi piaceva moltissimo. Mi sfruttavano, certo, e Gianfranco si arrabbiava. Io mi arrabbiavo perché si arrabbiava.

Ogni tanto la redazione mi allungava qualche briciola – favoritismi, regalini – come apprezzamento del mio impegno, per non dire abnegazione. Funzionava, almeno con me.


Gianfranco aveva trentotto anni quando lo conobbi, io venti. PR per una grande casa editrice nel campo degli sport invernali, riciclato nel motorsport d’avventura dopo il tramonto di Alberto Tomba.

Bell’uomo, buona famiglia, separato in via di divorzio, molto corteggiato. Una casa di proprietà a Cermenate, vicino a quella della sorella. Arredamento maschile ridondante: pezzi da mercatini dell’antiquariato e aggeggi hi-tech supercostosi. Apparenza disinvoltamente vincente.

Sotto, insonnia e J&B notturno.

Simpatico e tagliente. Mi trovavo bene con lui. Eppure non gli dicevo molte cose – cosa avrei desiderato, cosa mi mancava. Non mi sentivo alla sua altezza, anche se adesso non ricordo perché.


Fu lui a trovarmi la sistemazione successiva: condivisione in via Quarenghi, nelle Torri di Bonola con una sua amica e coetanea, divorziata, ligure come me.

Uomo di spalle in piedi. Di fronte il mare aperto, cielo sereno. Foto sfocata, no posa.

Ogni venerdì lei partiva direttamente dal lavoro verso Santa Margherita, ogni lunedì rientrava direttamente in ufficio. Fine settimana lungo, casa libera di cui quasi non godevo perché lo passavo con Gianfranco.

Appennino tosco-emiliano – che non mi piaceva affatto. Liguria d’inverno – che mi piaceva di più. La Piana di Latte, la sua personalissima stagione balneare. Toscana, no mare: Chianti.


Lo lasciai sotto le Torri di Bonola, nel parcheggio dove metteva la macchina quando veniva da me.

Le torri residenziali di via Quarenghi, Quartiere Gallaratese, fotografate dal basso. Taglio irregolare.

Senza il suo aiuto via Quarenghi divenne troppo cara. Trovai via Treviso, zona Padova.

Abitavo lì quando mi tese un’imboscata: era sera. Io, scesa dalla metro a Palmanova, facevo il resto a piedi come al solito. Mi annunciò un viaggio di lavoro, uno di quelli polverosi e on the road: Parigi-Dakar. Volevo raggiungerlo all’arrivo? Resort al Lago Rosa, grande festa con partecipanti, sponsor, giornalisti e tutto il circo. Una figata.

Volevo dire sì. Dissi no.


Nel frattempo Nevesport aveva chiuso. Al posto di quel lavoro interessante avevo trovato… lavori – sempre editoria, senza entusiasmo.

Un’agenzia di rassegna stampa elettronica: trentasei ore settimanali con turni assurdi, notti, albe, festivi. Attraversavo Milano a orari bui e strani sulla Uno di mia madre. Gianfranco non era contento. Diceva: pericoloso.

Una volta dei tizi mi inseguirono in macchina. Una notte i carabinieri mi fermarono. Quello sul sedile del passeggero teneva la pistola nascosta sotto la giacca. Pistola puntata verso di me, che mi ero fermata per raschiare il ghiaccio dal parabrezza. Avevo dimenticato di coprirlo col giornale la sera prima – metodo Gianfranco, infallibile… a patto che me ne ricordassi.


Finii in un ufficio stampa di una fondazione di ricerca. Prestigioso, dicevano. Non c’era niente da fare. Mi sentivo prigioniera a Milano. Quella Milano che pure adoravo e che offriva così tanto.

Non mi bastava.

Volevo esperienze. Volevo tornare in Africa, ma non per raggiungere Gianfranco all’arrivo della Parigi-Dakar: per viverci. Non glielo dissi mai: sarebbe stato comunicargli che tutto quello che mi offriva non mi andava bene. Non gli dissi nemmeno trasferiamoci.

Avevo poco da perdere: solo lavori. Lui la sua vita.


I traslochi nel DNA.

A Milano non lo sapevo ancora.

 

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