Strada deserta di Milano con nebbia fitta

Milano alle quattro di mattina.

D’inverno Milano alle quattro di mattina è un altro posto. Lo sanno in pochi. Piazzale Nigra, l’Arco della Pace,  Corso Sempione sembravano una dimensione irriconoscibile e parallela.

La vecchia Uno verde oliva di mia madre – passata a me per ragioni pratiche (mia madre passata alla Punto nuova) – percorreva sempre lo stesso tragitto. Con estrema cautela: ogni volta, specie all’andata, temevo di perdermi. Al ritorno, con la luce del giorno, mi orientavo meglio. Di fatto non mi persi mai.

In via Jan si entrava, computer sempre accesi, e si cominciava a tagliare. Il verbo era quello: tagliare. Un enorme scanner A3, un programma di cut and paste, una pila di quotidiani. Ognuno di noi aveva un codice univoco, tracciabile. Il mio: ooo. A fine turno si sapeva con esattezza quanto ognuno aveva reso. Nessuna ambiguità sul valore di una persona.

Ero veloce. Mi ci misero subito.

Alle nove si andava in Piazza Argentina: Skyline Cafè, aria da bar di quartiere frequentato da VIP. Entrò Teo Teocoli, una volta. Aldo Serena, un’altra. Loro venivano serviti personalmente dal proprietario al tavolo. Sceneggiate che non amavo. Io mi portavo cappuccio e brioche al tavolo da sola, per non sovraccaricare i camerieri di quel posto sempre pieno di gente. A suon di cappuccino spruzzato di cacao e brioche integrali al miele, trecentosessantacinque giorni l’anno, probabilmente io pagavo più oboli di un VIP.

Tazzina di cappuccino con polvere di cacao e schiuma

Cappuccino spruzzato di cacao. Ogni giorno.

Ogni tanto Gianfranco chiamava. Diceva: “Sono in zona”.

Allora non sedevo con gli altri. Solo noi due a un tavolino “distaccato”. Lui, qualche filo grigio e gli occhiali dalla montatura figa, la giacca, la cravatta Regimental, il parka o il Loden se faceva freddo. Io, kilt minigonna e calze nere coprenti. So che ci guardavano, anche se non chiedevano.

Diciotto anni di differenza sono una distanza precisa. Un abisso, una curiosità.

D’estate la geometria cambiava. Si tagliavano i settimanali al pomeriggio, in una via Jan irreale. Io, la responsabile, e pochi altri, a voci basse, riviste di moda, di gossip, di viaggi che passavano di mano, mentre fuori Milano si svuotava di tutto, tranne che del caldo. Allora la moquette della Selpress si popolava di zanzare. O moscerini. O pulcette. Comunque, roba vorace che pungeva i miei polpacci scalzi. Una volta ero così sforacchiata, disperata dal prurito, che la moglie del capo bagnò una garza con acqua e ammoniaca. Non molto sano, forse, ma il prurito se ne andò.

Dal turno delle 5 del mattino uscivo alle due del pomeriggio. Raggiungevo a piedi la Posta in corso Venezia per qualche bolletta. Poi metro fino a Bonola, e qui tappa all’Ipercoop: cercavo il surimi da mettere nell’insalata.

Ingresso con porte scorrevoli del centro commerciale di Bonola Milano

Bonola, l’Ipercoop, le offerte, il surimi. Foto di Andrea Crocioni – Trilogia del Gallaratese

Infine su, su alla mia torre di via Quarenghi. Non ricordo il numero, ma ricordo il piano: dodicesimo.

Accendevo la De Filippi dal divano, ma con la sveglia alle quattro mi veniva subito da dormire. Non volevo fare il riposino pomeridiano tipo vecchietta di vent’anni. E allora giù col montacarichi, su la bici di Decathlon – regalo di Gianfranco per la vacanza in Austria, per i sabati insieme lungo Martesana che in settimana diventavano mie pedalate solitarie in via Cilea.

Via Cilea d’estate dava esattamente quell’idea: là dove c’era l’erba. Ci pensavo sempre, mentre pedalavo. Il ragazzo della via Gluck aveva ragione, ma lui almeno era tornato.

Gianfranco diceva: “Non mi piace sapere che pedali in mezzo al nulla.”

Oppure camminavo venti minuti da Bonola a San Leo per aerobica.

D’inverno andavo al Soul to Soul. Gratis per le donne, prima delle ventitré. Dormivo fino alle ventidue, mi preparavo, entravo, ballavo qualche ora, tornavo in via Quarenghi. La coinquilina – sua amica – mi vedeva vestita di tutto punto e mi chiedeva: “Lo vedi stasera?” A volte sì, a volte: “Vado a ballare”. Diceva: “Vivi la tua giovinezza, è giusto così.”

Lo diceva con un vago sorriso, come se intendesse qualcosa di preciso.

Sul metro, a Lotto o a Lampugnano, a volte incontravo una ragazza poco più giovane di me, infermiera part time per Medicasa. Una volta mi chiese di accompagnarla tra le bancarelle, a scegliere un paio di zoccoletti bianchi per il lavoro. Scelse in fretta, salutò diverse persone. Nata nel Gallaratese. Mi disse: “So qual è la tua macchina, la Uno verde.”

“Uno Turbo”, precisai distratta.

“È sempre parcheggiata vicino a quell’altra, quell’Audi nera un po’ opaca.”

Pensai: beh, sempre… non del tutto vero. Le dissi: “La macchina del mio ragazzo.” Non sapevo mai come chiamarlo. Ma certo non era un ragazzo.

Disse: “Ti tratti bene.” Credo si riferisse alla macchina. Non credevo avesse mai visto Gianfranco. Poi: “Volete entrare nella mia compagnia?”

Certo. Come no. Ci mancava solo di trovarmi col mio lui ultraquarantenne in una comitiva di gente persino più piccola di me.

Almeno alla Selpress c’erano colleghi della mia età. La mia vicina di scrivania diceva che il suo ragazzo voleva far conoscere i genitori. I genitori si erano parlati al telefono e si erano detti: ci conosceremo se lo vorranno i ragazzi.

Io non avevo questo problema. Non avevo un ragazzo. Mia madre non voleva conoscere il mio non-ragazzo, e lui diceva: “Se vuoi le telefono, le parlo.” E io rispondevo: “Per carità.”

Gianfranco diceva: “Ma vuoi andare avanti tutta la vita così? Non hai bisogno di vivere così.”

Intendeva il lavoro. Le cinque di mattina. Intendeva che c’era lui.

Io rispondevo: “Be’? Cosa c’è di male?”

Non lo ricordo. So che a un certo punto me lo sono chiesta: ma cosa sto facendo? E la risposta non è arrivata in forma di parole.

È arrivata nel parcheggio sotto alle torri, dove veniva a prendermi. Senza riuscire a spiegargli. Senza dirgli cosa avrei voluto, né cosa mi mancava. Senza neanche un “ti voglio bene, ma…”. Senza saperlo ancora adesso, a dire il vero.

Dopo il turno di mattina uscivo alle due del pomeriggio. Milano era già un’altra città, di nuovo.

Tramonto sulle torri residenziali di Bonola a Milano con scorcio dei palazzi

Dove veniva a prendermi. Dove non ho saputo spiegare. Foto di Andrea Crocioni – Trilogia del Gallaratese

 

Due delle foto qui pubblicate sono gentilmente concesse dal giornalista e scrittore milanese Andrea Crocioni, Trilogia del Gallaratese

 

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