Nebbia è un archivio di appunti, scene e ricordi. Non segue un ordine. Segue una pressione.

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Milano alle quattro di mattina è un altro posto

Strada deserta di Milano con nebbia fitta

Milano alle quattro di mattina.

D’inverno Milano alle quattro di mattina è un altro posto. Lo sanno in pochi. Piazzale Nigra, l’Arco della Pace,  Corso Sempione sembravano una dimensione irriconoscibile e parallela.

La vecchia Uno verde oliva di mia madre – passata a me per ragioni pratiche (mia madre passata alla Punto nuova) – percorreva sempre lo stesso tragitto. Con estrema cautela: ogni volta, specie all’andata, temevo di perdermi. Al ritorno, con la luce del giorno, mi orientavo meglio. Di fatto non mi persi mai.

In via Jan si entrava, computer sempre accesi, e si cominciava a tagliare. Il verbo era quello: tagliare. Un enorme scanner A3, un programma di cut and paste, una pila di quotidiani. Ognuno di noi aveva un codice univoco, tracciabile. Il mio: ooo. A fine turno si sapeva con esattezza quanto ognuno aveva reso. Nessuna ambiguità sul valore di una persona.

Ero veloce. Mi ci misero subito.

Alle nove si andava in Piazza Argentina: Skyline Cafè, aria da bar di quartiere frequentato da VIP. Entrò Teo Teocoli, una volta. Aldo Serena, un’altra. Loro venivano serviti personalmente dal proprietario al tavolo. Sceneggiate che non amavo. Io mi portavo cappuccio e brioche al tavolo da sola, per non sovraccaricare i camerieri di quel posto sempre pieno di gente. A suon di cappuccino spruzzato di cacao e brioche integrali al miele, trecentosessantacinque giorni l’anno, probabilmente io pagavo più oboli di un VIP.

Tazzina di cappuccino con polvere di cacao e schiuma

Cappuccino spruzzato di cacao. Ogni giorno.

Ogni tanto Gianfranco chiamava. Diceva: “Sono in zona”.

Allora non sedevo con gli altri. Solo noi due a un tavolino “distaccato”. Lui, qualche filo grigio e gli occhiali dalla montatura figa, la giacca, la cravatta Regimental, il parka o il Loden se faceva freddo. Io, kilt minigonna e calze nere coprenti. So che ci guardavano, anche se non chiedevano.

Diciotto anni di differenza sono una distanza precisa. Un abisso, una curiosità.

D’estate la geometria cambiava. Si tagliavano i settimanali al pomeriggio, in una via Jan irreale. Io, la responsabile, e pochi altri, a voci basse, riviste di moda, di gossip, di viaggi che passavano di mano, mentre fuori Milano si svuotava di tutto, tranne che del caldo. Allora la moquette della Selpress si popolava di zanzare. O moscerini. O pulcette. Comunque, roba vorace che pungeva i miei polpacci scalzi. Una volta ero così sforacchiata, disperata dal prurito, che la moglie del capo bagnò una garza con acqua e ammoniaca. Non molto sano, forse, ma il prurito se ne andò.

Dal turno delle 5 del mattino uscivo alle due del pomeriggio. Raggiungevo a piedi la Posta in corso Venezia per qualche bolletta. Poi metro fino a Bonola, e qui tappa all’Ipercoop: cercavo il surimi da mettere nell’insalata.

Ingresso con porte scorrevoli del centro commerciale di Bonola Milano

Bonola, l’Ipercoop, le offerte, il surimi. Foto di Andrea Crocioni – Trilogia del Gallaratese

Infine su, su alla mia torre di via Quarenghi. Non ricordo il numero, ma ricordo il piano: dodicesimo.

Accendevo la De Filippi dal divano, ma con la sveglia alle quattro mi veniva subito da dormire. Non volevo fare il riposino pomeridiano tipo vecchietta di vent’anni. E allora giù col montacarichi, su la bici di Decathlon – regalo di Gianfranco per la vacanza in Austria, per i sabati insieme lungo Martesana che in settimana diventavano mie pedalate solitarie in via Cilea.

Via Cilea d’estate dava esattamente quell’idea: là dove c’era l’erba. Ci pensavo sempre, mentre pedalavo. Il ragazzo della via Gluck aveva ragione, ma lui almeno era tornato.

Gianfranco diceva: “Non mi piace sapere che pedali in mezzo al nulla.”

Oppure camminavo venti minuti da Bonola a San Leo per aerobica.

D’inverno andavo al Soul to Soul. Gratis per le donne, prima delle ventitré. Dormivo fino alle ventidue, mi preparavo, entravo, ballavo qualche ora, tornavo in via Quarenghi. La coinquilina – sua amica – mi vedeva vestita di tutto punto e mi chiedeva: “Lo vedi stasera?” A volte sì, a volte: “Vado a ballare”. Diceva: “Vivi la tua giovinezza, è giusto così.”

Lo diceva con un vago sorriso, come se intendesse qualcosa di preciso.

Sul metro, a Lotto o a Lampugnano, a volte incontravo una ragazza poco più giovane di me, infermiera part time per Medicasa. Una volta mi chiese di accompagnarla tra le bancarelle, a scegliere un paio di zoccoletti bianchi per il lavoro. Scelse in fretta, salutò diverse persone. Nata nel Gallaratese. Mi disse: “So qual è la tua macchina, la Uno verde.”

“Uno Turbo”, precisai distratta.

“È sempre parcheggiata vicino a quell’altra, quell’Audi nera un po’ opaca.”

Pensai: beh, sempre… non del tutto vero. Le dissi: “La macchina del mio ragazzo.” Non sapevo mai come chiamarlo. Ma certo non era un ragazzo.

Disse: “Ti tratti bene.” Credo si riferisse alla macchina. Non credevo avesse mai visto Gianfranco. Poi: “Volete entrare nella mia compagnia?”

Certo. Come no. Ci mancava solo di trovarmi col mio lui ultraquarantenne in una comitiva di gente persino più piccola di me.

Almeno alla Selpress c’erano colleghi della mia età. La mia vicina di scrivania diceva che il suo ragazzo voleva far conoscere i genitori. I genitori si erano parlati al telefono e si erano detti: ci conosceremo se lo vorranno i ragazzi.

Io non avevo questo problema. Non avevo un ragazzo. Mia madre non voleva conoscere il mio non-ragazzo, e lui diceva: “Se vuoi le telefono, le parlo.” E io rispondevo: “Per carità.”

Gianfranco diceva: “Ma vuoi andare avanti tutta la vita così? Non hai bisogno di vivere così.”

Intendeva il lavoro. Le cinque di mattina. Intendeva che c’era lui.

Io rispondevo: “Be’? Cosa c’è di male?”

Non lo ricordo. So che a un certo punto me lo sono chiesta: ma cosa sto facendo? E la risposta non è arrivata in forma di parole.

È arrivata nel parcheggio sotto alle torri, dove veniva a prendermi. Senza riuscire a spiegargli. Senza dirgli cosa avrei voluto, né cosa mi mancava. Senza neanche un “ti voglio bene, ma…”. Senza saperlo ancora adesso, a dire il vero.

Dopo il turno di mattina uscivo alle due del pomeriggio. Milano era già un’altra città, di nuovo.

Tramonto sulle torri residenziali di Bonola a Milano con scorcio dei palazzi

Dove veniva a prendermi. Dove non ho saputo spiegare. Foto di Andrea Crocioni – Trilogia del Gallaratese

 

Due delle foto qui pubblicate sono gentilmente concesse dal giornalista e scrittore milanese Andrea Crocioni, Trilogia del Gallaratese

 

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La prolunga

Il primo appartamento lo ricordo per la prolunga. Camera ammobiliata in Piazza Napoli, signora separata. Prima di me aveva abitato lì un’amica di mia madre – referenza considerata sufficiente, almeno dalla madre di cui sopra.

Donna giovane e donna di mezza età in abiti anni Novanta in edificio milanese. Braccia lungo i fianchi, posa frontale.

Gianna, la madre, volle comunque accompagnarmi il giorno del trasloco. Avrei preferito andare per mio conto: non ci fu verso.

Sul pavimento, arrotolata e già inserita nella presa, una prolunga. L’avevo chiesta io, per il phon. Malaugurata idea di raccoglierla.
Filo spelato in un punto: rame vivo. La scossa mi bastonò la schiena (assurdamente credetti fosse stata mia madre), mi incollò quel gomitolo elettrizzato agli anelli della mano destra.

La picchiai contro lo schienale di una sedia per staccarlo. Finché il salvavita scattò e la cosa cadde a terra da sola.

Mano scorticata viva. Né io né mia madre toccammo più una presa per il resto della giornata.

Rito iniziatico milanese, a modo suo.


La signora, dopo qualche tempo, volle indietro la camera: le tornavano i figli. Trovai Cardinal Mezzofanti in tutta fretta, di nuovo camera ammobiliata, di nuovo madre con amica a supervisionare.

Durò due settimane: proprietaria psicotica in senso clinico. Una notte mi chiese di chiamare il 118 perché aveva finito il Valium. La ricoverarono a Niguarda fino a data da destinarsi. Mi propose di restare fino al suo ritorno.

Declinai.


Corso Vercelli durò circa due anni, un record. Nel frattempo avevo cambiato anche ufficio: da via Bergamo a via Morgagni. Lo raggiungevo con un tram con un sei nel numero, poi metro, poi a piedi come al solito.

Lavoravo a Nevesport, rivista di sport invernali, stagista. Mi piaceva moltissimo. Mi sfruttavano, certo, e Gianfranco si arrabbiava. Io mi arrabbiavo perché si arrabbiava.

Ogni tanto la redazione mi allungava qualche briciola – favoritismi, regalini – come apprezzamento del mio impegno, per non dire abnegazione. Funzionava, almeno con me.


Gianfranco aveva trentotto anni quando lo conobbi, io venti. PR per una grande casa editrice nel campo degli sport invernali, riciclato nel motorsport d’avventura dopo il tramonto di Alberto Tomba.

Bell’uomo, buona famiglia, separato in via di divorzio, molto corteggiato. Una casa di proprietà a Cermenate, vicino a quella della sorella. Arredamento maschile ridondante: pezzi da mercatini dell’antiquariato e aggeggi hi-tech supercostosi. Apparenza disinvoltamente vincente.

Sotto, insonnia e J&B notturno.

Simpatico e tagliente. Mi trovavo bene con lui. Eppure non gli dicevo molte cose – cosa avrei desiderato, cosa mi mancava. Non mi sentivo alla sua altezza, anche se adesso non ricordo perché.


Fu lui a trovarmi la sistemazione successiva: condivisione in via Quarenghi, nelle Torri di Bonola con una sua amica e coetanea, divorziata, ligure come me.

Uomo di spalle in piedi. Di fronte il mare aperto, cielo sereno. Foto sfocata, no posa.

Ogni venerdì lei partiva direttamente dal lavoro verso Santa Margherita, ogni lunedì rientrava direttamente in ufficio. Fine settimana lungo, casa libera di cui quasi non godevo perché lo passavo con Gianfranco.

Appennino tosco-emiliano – che non mi piaceva affatto. Liguria d’inverno – che mi piaceva di più. La Piana di Latte, la sua personalissima stagione balneare. Toscana, no mare: Chianti.


Lo lasciai sotto le Torri di Bonola, nel parcheggio dove metteva la macchina quando veniva da me.

Le torri residenziali di via Quarenghi, Quartiere Gallaratese, fotografate dal basso. Taglio irregolare.

Senza il suo aiuto via Quarenghi divenne troppo cara. Trovai via Treviso, zona Padova.

Abitavo lì quando mi tese un’imboscata: era sera. Io, scesa dalla metro a Palmanova, facevo il resto a piedi come al solito. Mi annunciò un viaggio di lavoro, uno di quelli polverosi e on the road: Parigi-Dakar. Volevo raggiungerlo all’arrivo? Resort al Lago Rosa, grande festa con partecipanti, sponsor, giornalisti e tutto il circo. Una figata.

Volevo dire sì. Dissi no.


Nel frattempo Nevesport aveva chiuso. Al posto di quel lavoro interessante avevo trovato… lavori – sempre editoria, senza entusiasmo.

Un’agenzia di rassegna stampa elettronica: trentasei ore settimanali con turni assurdi, notti, albe, festivi. Attraversavo Milano a orari bui e strani sulla Uno di mia madre. Gianfranco non era contento. Diceva: pericoloso.

Una volta dei tizi mi inseguirono in macchina. Una notte i carabinieri mi fermarono. Quello sul sedile del passeggero teneva la pistola nascosta sotto la giacca. Pistola puntata verso di me, che mi ero fermata per raschiare il ghiaccio dal parabrezza. Avevo dimenticato di coprirlo col giornale la sera prima – metodo Gianfranco, infallibile… a patto che me ne ricordassi.


Finii in un ufficio stampa di una fondazione di ricerca. Prestigioso, dicevano. Non c’era niente da fare. Mi sentivo prigioniera a Milano. Quella Milano che pure adoravo e che offriva così tanto.

Non mi bastava.

Volevo esperienze. Volevo tornare in Africa, ma non per raggiungere Gianfranco all’arrivo della Parigi-Dakar: per viverci. Non glielo dissi mai: sarebbe stato comunicargli che tutto quello che mi offriva non mi andava bene. Non gli dissi nemmeno trasferiamoci.

Avevo poco da perdere: solo lavori. Lui la sua vita.


I traslochi nel DNA.

A Milano non lo sapevo ancora.

 

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SENDOU. Gianfranco, il catasto, le piastrelle.

Avevamo deciso di andarci. Terreno a Sendou, sulla strada per Toubab Dialaw. Scrissi a Gianfranco su Skype: “Vieni con noi, passiamo a prenderti.” Idea mia. Speravo di vederlo più spesso – non so se per lui o come ancora di salvezza. Senegal = appoggio, anche se non gli confidai nulla.

Scatto che ritrae il terreno di Sendou, periferia dakar, Senegal, descritto nel post.

Sendou: il terreno.

“Va bene.” Accondiscendente più che convinto.

Non mi aspettavo accettasse. A Toubab Dialaw c’era una bonne. Che non era solo bonne. Aveva conosciuto un’italiana, coetanea, proprietaria di casa – innamorata di un senegalese con moglie giovane in moschea. Alta dirigente, piglio deciso. Furibonda con lui o, piuttosto, disperata mascherata. In spiaggia ce l’aveva presentata. Ogni sera si trovavano in un locale. Lei: “Stasera ti do da fumare qualcosa.” Acc! Esistenza fitta, la sua, per uno venuto a perlustrare posti in vista di trasferimento post-pensione.

“Fumi erba? Tuuuu?” Gli dissi divertita, incredula, scandalizzata – in modo che lei sentisse, e Seydou no. “Con questo caldo, nemmeno sigarette“. E aggiunse: Mamma.” Dandomi buffetto sulla nuca.

Partimmo mattina, forse le dieci e mezza. Andammo a prenderlo con l’auto di Seydou. Appuntamento a Yenne, davanti a centro caritatevole. Era in ritardo. Seydou seccato: “Non abbiamo bisogno di lui”. Io lo scusavo: volevo assolutamente che venisse. La mia ancora, almeno per tre settimane.

Seconda volta che si vedevano — la terza se si conta una breve presentazione di notte all’aeroporto. Seydou parlava benissimo italiano, Gianfranco perfettamente francese. Tra loro cortesia maschile pragmtica e impeccabile: prova di forza, controllo massimo. Nessuno dei due perse un punto.

un uomo europeo e un senegalese, figure distanti su un appezzamento di terreno in Senegal, luce solare forte, atmosfera sospesa.

Ognuno al suo posto. O quasi.

Gianfranco sessant’anni. Diverso da come lo ricordavo a Milano — jeans, maglietta fuori, cappellino. Mi trattava con una specie di affettuoso distacco. Anche quello  diverso. O forse voluto.

Terreno grande, bello. Inaspettato. Io chiesi: “Arriva la corrente?” Gianfranco a Seydou: “Viene voglia di costruire qui.” Seydou: “Fammi sapere, ho parente al catasto.”
Terreni Senegal sempre rischiosa incognita.

Scena normale. Tre persone su appezzamento di terra rossa sotto il sole. Ognuno al suo posto, o quasi.

Speravo in pranzo insieme. Non volevo tornare a casa, mi pesava da matti. Invece Seydou chiese se andava bene riaccompagnarlo. Gianfranco disse: benissimo.

Mattino dopo. Seydou lo vede scendere da taxi con l’italiana. Venuta a Dakar a scegliere i carreaux, le piastrelle. Si erano stretti la mano vicino al bar di Henri. Tornava tutto: dintorni pieni di rivenditori, espositori all’aperto di piastrelle locali, spagnole, italiane.

Esposizione all'aperto di piastrelle (carreaux) a Dakar, insegna Mondial Carreaux Keur Bamba.

Mondial Carreaux.

E Seydou assiduo delle Flag di Henri.
Dissi: “Non gli hai detto di venire?” 
“No tempo, taxista trafficato.”

Chiamai subito Gianfranco: “Sei a due passi dallo show-room e non passi? Dimmi chiaro se non vuoi vedermi.” Lui: “Cosa dici, tesoro mio? Figurati. Non so dov’è. Lei mi ha chiesto per le piastrelle.” Come stessimo ancora insieme.

Ero sola su terra rossa.

Un taxi Pirate (giallo e nero) in corsa sull'autostrada a Dakar, Senegal.

Taxista trafficato.

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Pasta al forno congelata

Scatto di fermata metropolitana milanese, Linea 1

MM1. Sabato mattina.

Era sabato mattina, prima delle nove. Con la MM1 arrivai a Porta Venezia. Di solito scendevo anche prima, tipo San Babila, al solo scopo di camminare. Ma quel mattino non avevo molto tempo: mi ero prefissata di battere tot cartelle, non ricordo quante. Poi dovevamo partire. O meglio: volevamo partire. Io non tanto, in verità.

In metro mi si avvicinò questo tizio, cappotto grigio spigato aperto su gilet scuro e camicia rosa pallido. Non mi piacque come era vestito, ma era gentile e piuttosto carino. «Dove vai di bello al sabato mattina da sola?» Diedi risposte educate ma concise. Il tipo non mollava, si presentò, si chiamava Alessandro, mi disse di non avere paura. Curioso. Non mi era venuto neanche in mente di avere paura.

Scese anche lui a Porta Venezia. Apposta? Forse. O forse doveva scendere lì. Camminò con me, disse: «Sicura che devi lavorare di sabato mattina? Dai, posso offrirti almeno un cappuccino?» Non credeva che stessi andando a lavorare. Mi seguì lungo corso Buenos Aires, mi seguì in via Petrella, indicò il Caffè Liberty – ci vidi Patrizia Rossetti, una volta. Ci andavo sempre con Gianfranco quando passava a prendermi al lavoro. Cioè, ora che era separato. Quando era sposato no. O meglio: lui ci andava, ma non con me. Se ne guardava bene. Lo conoscevano. La moglie…

Fui quasi tentata dal cappuccino. Tra l’altro: ero uscita un paio di volte con uno dei camerieri. Rumeno. Solo per bere una cosa, non successe nulla. Ecco che sembravo voler fare l’elenco dei corteggiatori. Ma quale elenco. Erano belli che finiti. Non perché non fossi carina. Ma timida e schiva, ecco.

Resistei al Liberty e arrivai in via Morgagni. Mi fermai, lui si fermò. Disse: «Lavori qui?» Il portone era chiuso. Avevo le chiavi, ma aspettavo Repetto, il freelance. Il tizio aspettò anche lui. Quando arrivò Repetto, il tizio disse: «Sicura, allora?» Dissi di sì. Se ne andò.

Repetto era simpatico e chiacchierone. Chiacchierammo lavorando. Battevo uno dei libri di Sarugia sulla Grande Inter. Sarugia era il nostro caporedattore e quello era un extra. Non mi era mai fregato niente di calcio, eppure mi ero ritrovata a battere due suoi libri sulla Grande Inter. Li ricordo ancora tutti e due.

Quando il tizio mi aveva seguito fino alla redazione, Repetto ci aveva scrutati. Mia punta di soddisfazione. Pensavano che non avessi grande vita sociale. Sempre a lavorare. Sempre disponibile a lavorare. Sempre ad aspettare i ritagli di tempo di uno sposato. (Non avrebbe dovuto saperlo nessuno, ma lo sapevano tutti).

Finimmo verso le undici. Gianfranco suonò il citofono, lasciò la macchina davanti al portone. Non entrava mai. Diceva che voleva fare colazione, sennò sveniva. Al Liberty prese quella pasta con la confettura di mirtilli, chiedeva sempre se ne volevo metà. Troppo “complessa” per la colazione. Presi il cornetto.

Foto sfocata di tazzina con dolcificante Dietor su bancone bar

Il suo caffè . Con Dietor, sempre.

Si andava a Felina, sull’Appennino tosco-emiliano. Appartamento – di famiglia sua o del marito di sua sorella, non ho mai capito. D’inverno non mi piaceva per niente. Freddo. Come se non facesse abbastanza freddo a Milano. Niente da fare se non mangiare  “all’aceto di Modena” fuori e poi stare in casa.

Sul sedile posteriore c’era una teglia congelata: pasta al forno di sua sorella. Qualcuno mi deve spiegare perché l’avesse congelata.

Scatto che ritrae Gianfranco seduto in relax nella casa di Felina, camino spento alle spalle e gatto in braccio

Lui a Felina, un altro inverno. Gatto sì, caldo no.

Arrivammo. Appartamento chiuso da tempo, orrendamente freddo. Mettemmo la pasta a scongelare. Gianfranco accese il riscaldamento. Era come non averlo. Ci infilammo a letto.

L'autrice in uno scatto di Gianfranco durante una gita a Felina, seduta sorridente accanto a un ruscello

Io, a Felina, accanto all’acqua. Aspettavo.

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Cermenate

Quando Gianfranco si separò, mi aspettavo che qualcosa cambiasse. Non sapevo cosa. Non avevo un modello — ero passata dai filarini adolescenziali direttamente a lui. Non sapevo come fosse avere qualcuno da dare per scontato, in senso buono. Qualcuno che chiama tutte le sere, con cui esci il weekend, che esiste anche quando non c’è.

Scatto preso dalla finestra della casa di Gianfranco, Milano, zona Cermenate: palazzo rosso in giornata di nebbia.

Dalla finestra di Gianfranco. la nebbia di Milano.

Mi aveva dato la chiave dell’appartamento di viale Cermenate. Non mi aveva chiesto di andare a vivere con lui — credo sperasse ci arrivassi da sola. Ma io non ci arrivavo. Ogni tanto dormivo lì, una notte, due, tre. Diceva: fermati di più. E io tornavo a casa mia. Con una specie di sollievo. Non che non mi mancasse. Ma non riuscivo ad ambientarmi. Era casa sua, non mia e non nostra. Molto maschile, organizzata — c’era la colf, e quelle cose sistemate nel suo modo di colf che non osavo toccare.

Gli dissi una volta: falle fare meno ore. Disse: ma figurati, cosa vuoi stare lì a sistemare. E quindi non toccavo niente.

C’erano i salotti. Tre o quattro amici, si cenava, spesso da asporto dal giappo-cinese sotto casa. Apparecchiavo bene: forchetta a sinistra e coltello a destra, posate della frutta, persino qualche fiorellino fregato dalle siepi lungo la strada. Sceglievano un argomento e svisceravano tutta la sera. Leopardi (chi si ricordava nulla!), la psichiatria, l’anoressia. Gianfranco era PR per una grande casa editrice, ma il suo interesse era la mente umana. O più probabilmente tentava di capire la sua stessa mente.

Tra i convitati fissi c’era una psicoterapeuta — due lauree, due nomi, due cognomi, due palle. Coetanea di Gianfranco. Bella, ma, quel che era peggio, interessante. Il tipo con cui una ragazza di vent’anni non può competere, per quanto carina. La sera che la conobbi mi squadrò e disse a Gianfranco: “hai fatto un bell’acquisto”. Ouch! Le avrei sparato in mezzo agli occhi.

Io stavo benissimo, lo so. Ma quelle sere ero una specie di decorazione sottole mani di Gianfranco . Quando mi stufavo che la mia coscia facesse da pallina antistress per la mano di lui, mi rifugiavo in cucina a tagliare parmigiano, sorridendo attraverso la finestrella aperta sul salotto.

Fotografia di una cucina contemporanea con una finestra che si affaccia su un salotto. La luce entra dalla finestra. È la cucina dell'autrice, ma evoca il luogo dove si rifugiava durante le cene in casa di Gianfranco.

La mia cucina. ma poteva essere quella.

Una sera Gianfranco raccontava della Mondadori, il lavoro che aveva lasciato. Diceva sempre che il suo vero lavoro era il libraio. Lei gli si avvicinò un po’ troppo, gli ravviò i capelli, gli sussurrò: ti manca quel lavoro, vero?

Scatto che ritrae Gianfranco negli Anni '90, primo piano, bianco e nero leggermente sfocato

Gianfranco. Milano, anni Novanta.

Io immobile come una statua di sale. La faccia calda. Non sarei mai esplosa in pubblico, ma esplodevo dentro. Quando andai in bagno, pestai un po’ di volte i piedi sul tappetino con forza, per cercare di sfogarmi.

Ma non era colpa di lui. Né di lei, né mia. Eravamo tutti cristallizzati in ruoli che non potevamo cambiare. Lui non poteva smettere di essere il PR di vent’anni più vecchio. Io non potevo smettere di essere la stagista di vent’anni più giovane. E io lì dentro non ci stavo.

Non glielo dissi mai. Tornavo in salotto con il parmigiano e il sorriso, e la serata continuava come se niente fosse. C’era questa fragilità in Gianfranco. Qualcosa che sentivo ma non capivo. E allora tacevo, e tornavo a casa mia, con sollievo. Accendevo la boombox con la musica per aerobica della palestra New Energy e speravo che qualcosa cambiasse — senza sapere come.

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La Brioche Dorée

Ero tornata in casa. Gli passai davanti senza dire nulla.

Era su una delle poltrone in quella che chiamavamo “la court”, dove all’ora di pranzo la bonne stendeva la tovaglia sul tappeto e si mangiava per terra. Già, la bonne. Ovviamente era andata. Avrei potuto soffocare se avessimo cenato in casa.

Io e lui, ovviamente. Perché l’altro russava ubriaco.

Provavo una tale rabbia, una tale repulsione, che mi balenò l’idea di dormire con Gianfranco. Ci mancava solo. Disastro su disastro.

Mi disse: «Va meglio?»

Non risposi e mi barricai nel mio bagno. Mi gridò dietro: «Hey, almeno rispondi!»

Non lo feci, testarda. Poi: ma che diavolo sto facendo? Risposi da sotto il getto: «Mi do una lavata e andiamo a cenare».

Appena pronta mi parai davanti a lui: «Andiamo?»

Mi guardò. Andò a prendere il portafoglio: «Andiamo».


Una volta fuori: «Dovrai guidarmi tu, non conosco nulla qui».

Indicai la Brioche Dorée. Decisa.

Scatto della Brioche Doree di Scat Urbam, Dakar, di sera

Disse: «Ma sei sicura? Ma dai, prendiamo un taxi! Andiamo in centro!»

Dissi: «Scusa ma non mi va proprio».

Una volta seduti chiese di nuovo: «Va meglio?»

Scrollai le spalle. Lo prese per un sì. Disse: «Mi hai spaventato».

Altra scrollata di spalle.

«Non ti avevo mai visto così.»

Lo guardai. Pensavo: non mi avevi mai visto così. Già. Certo.
Eppure ero già stata così. Per lui.
Be’, forse non proprio così. Era stata una disperazione diversa, la disperazione dei vent’anni. E ora avevo passato i quaranta.


Lui ordinò la dibi — dibiterie. Insisteva perché mangiassi. Alla fine mi venne fame, e ordinai due paste. Le paste della Brioche Dorée. Grandi come torte intere.

Scatto di unn espositore di pate all'interno della Brioche Doree, Scat Urbam, Dakar

Non gli dissi nulla. Quasi lo feci. Ma poi no.

Quando era arrivato mi aveva detto di non essere stato bene. Poi mi aveva detto di essere stato decisamente male. Viaggio in Senegal quasi saltato.

Si vedeva. Cioè, ormai era lì da settimane e mi ero abituata, ma appena arrivato lo avevo trovato dimagrito. Invecchiato. Un po’ troppo dimagrito e un po’ troppo invecchiato per i suoi 60 anni.

Non parlammo del passato. Non parlammo di noi. Parlammo del più e del meno, di cosa doveva fare a Milano.

Gli chiesi se domani voleva andare al mare. Dissi: «Ti porto a Voile d’Or».

Disse: «Non me la sento di andare al mare, la sera devo partire».

Gli dissi: «Allora andiamo a Parc Hann».

«Ma certo».

Diceva che sarebbe tornato. Mi scattò una foto col telefono.

Disse: «Dai, prendi qualcos’altro, non hai mangiato un cazzo».

Scossi la testa. Chiamò per chiedere il Pos.

Scatto di Gianfranco a Marianna alla Brioche Doree di Scat Urbam, Dakar


Mi sentii morire, come sempre quando dovevo tornare a casa. Quella volta forse un po’ di più.

Una volta in casa mi baciò sulla spalla e entrò in camera, chiudendo la porta come sempre.

Andai a lavarmi i denti. Mi misi in soggiorno sul divano a guardare Nollywood. Dovevo vedere la seconda puntata delle Afrodees. Che fesseria quelle telenovele! Eppure mi piacevano, mi piacciono tuttora, e ho imparato un sacco di francese guardandole.

Avevamo dei divani spaziosi, comodissimi. Andai a prendermi coperta e cuscini e quando fu ora di spegnere restai dov’ero, condizionatore a palla.

Dopo un po’ i gatti se ne accorsero e vennero a trovarmi.

Gianfranco con macchina fotografica, ritratto in bianco e nero

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Non preoccuparti

Annuii vagamente. Ero giovane, sempre imbarazzata.

marianna negli anni 90

Io, in quel periodo. Avevo vent’anni e tremavo.

Ci alzammo subito. I miei titolari già andati via, nessuno faceva caso a noi. Disse: «Prendi una giacca, andiamo nel mio albergo». La presi, come la sua, era appesa nella hall. Fuori buio: nessuno all’orizzonte. Non avevo idea dove alloggiasse, poi scoprii che era in un hotel a pochi passi. .

Finse di saltarmi addosso in ascensore. Salimmo in camera sua. Arredi bianchi, più spaziosa della mia (non che ci volesse molto), bagno in camera (io no). Letto matrimoniale, tv in fondo al letto. Mi abbracciò, provò a baciarmi. Tremavo come una foglia.

«Stai tremando», disse. Io sorvolai.

A Milano ero andata al consultorio a farmi prescrivere la pillola: Mercilon. Mi ero chiesta perché mai la prendessi – non era una questione morale o religiosa, non me ne fregava niente. Mi gonfiava il seno, capezzoli tirati a balestra, doloranti contro la stoffa, la schiavitù di quella confezione/calendario, ogni sera della mia vita. Unica interruzione: le mestruazioni. Una gioia.

E tutto per cosa? Neppure sapevo se l’avremmo fatto o no.

Pensavo: e se qualcuno viene a sapere di noi? Sembrava una preoccupazione assurda. Per lavoro spulciavo statistiche di tutti i tipi: a ogni appuntamento sportivo le vendite di preservativi aumentavano in modo sostanziale, alla faccia dell’astinenza prima della gara. Il circo bianco non faceva differenza. I miei titolari non si sa cosa combinassero. All’hotel Confortola ero in stanza con una ex sciatrice americana – in realtà con me c’erano solo i suoi vestiti: lei faceva fugaci apparizioni, prendeva un cambio e spariva a Bormio, nella stanza del suo fidanzato. Ogni notte le porte del mio corridoio si aprivano e chiudevano, sommesse voci e risate maschili in un’ala dove avrebbero dovuto esserci solo donne. Incontrai più di una di quelle coppiette mentre andavo a far pipì al bagno al piano: si slacciavano immediatamente, si chiudevano la porta alle spalle e ridevano.

Ma avevo comunque la sensazione che «non andasse bene». Che quello strato pesante di formalismo non andasse infranto.

Glielo dissi: «Torno al mio albergo. Se i miei titolari sapessero…».

Sapessero cosa? Non erano fatti loro.

Ma a me sembrava che lo fossero.

Inoltre dovevo fare pipì e non avrei mai avuto il coraggio di usare il suo bagno.

Uscii. Lui disse: «Ti accompagno». Rimisi la giacca, rimise la giacca. Dicevo non serve, ma mi venne dietro.

Facemmo la strada a ritroso, rientrammo al Confortola. Salì con me in camera. Mi vergognavo un po’: stanzetta all’ultimo piano, due lettini singoli, niente bagno. I vestiti della mia compagna sparsi sul letto, biancheria intima inclusa.

Mi baciò e non opposi resistenza. Avevo vent’anni e avevo voglia anch’io.

Facemmo l’amore sul lettino singolo, troppo piccolo ma non sembrava un problema. Prima di allora non ero mai andata fino in fondo, ma non ero totalmente inesperta. E mi ero preparata: avevo letto qualcosa in biblioteca, internet non esisteva. A quanto pare avevo studiato bene, perché continuava a ripetere che lo facevo impazzire.

Scatto di Gianfranco in primo piano, bianco e nero leggermente sfocato

Lui. Sfocato, come i ricordi.

E malgrado il lettino scomodo, non aveva nessuna fretta di andarsene.

Lo fece alle quattro del mattino. Disse non vorrei, ma… Appunto: ma.

Appena andò via, feci pipì di nuovo. In corridoio incontrai una di quelle coppie.

Il mattino dopo ringraziai il cielo per gli alberghi diversi. Ma ogni tanto gli impegni ci portavano a pranzare insieme. Quel giorno era seduto di fronte a me o quasi, quel tanto che bastava perché potessi evitare di guardarlo.

La mia titolare disse con un sorrisone: «Stiamo assistendo a un amore nascente».

La stoccata arrivò dalla mia vicina di sedia: «Gianfranco ha una bellissima moglie».

Lo sapevo che era sposato. Non avevo dubbi che la moglie potesse essere bellissima – lui era un bell’uomo. Non era quello. È che mi arrivò tutto il biasimo. Per me.

La sera glielo dissi. Liquidò tutto in una battuta: «Le vecchie bagasce sono tutte moraliste». E poi, con un bacio sui capelli: «Non ti preoccupare».

Andò avanti per tutta la settimana. Metà notte insieme e giornate trascorse senza sapere l’uno dove fosse l’altro. O meglio: tutti sapevano dove fossi io. Relegata all’ufficio stampa con la divisa dell’organizzazione, a faxare comunicati, cercare di risolvere le richieste dei giornalisti, degli atleti. Mentre il mio capo bersagliava di urla l’inviata finlandese perché abusava del telefono – telefonate in Finlandia negli anni ’90. Gulp 😱.

Internet non c’era, i cellulari nemmeno. Finite le prove avevo montagne di risultati da faxare in fretta: precedenza assoluta ai quotidiani, poi via via tutti gli altri. Solo allora la direttrice della pubblicità compariva ad aiutarmi, tra giornalisti concitati che dettavano i pezzi.

L’ultima sera mi disse: «Scendi con me».

No, no, no. Non posso. Ho ancora da fare. Coi titolari chiuderemo l’ufficio insieme. La cosa più normale è che torni a Milano con loro.

L’ultima notte venne in camera mia: «Vuoi che ti aiuti a fare i bagagli?».

Non capii. Guardava il letto della mia compagna di stanza: un disastro sfatto, vestiti e lingerie alla rinfusa. Morii di vergogna. Per tutto quel tempo aveva pensato fosse roba mia.

Mi affrettai: «Non sono i miei vestiti!».

Quando se ne andò mi baciò e disse: «Se posso, ti chiamo domani sera». Se posso. Grandioso. Poi aggiunse: «Chiamami anche tu qualche volta». Figurarsi. Sarei morta piuttosto.

A colazione, il direttore dell’ufficio gare: «Allora, lo hai spedito?».
Cosa ne sapeva lui?
Forse si riferiva a qualcos’altro. Sorrisi e sgombrai il campo.

Ero un mix di ormoni a mille, confusione, frustrazione. Non potevo fare come le coppie normali.

«Non preoccuparti». Gli credevo. Era grande. Pensavo ancora che gli adulti potessero risolvere. Proteggere. Avevo perso il papà presto, forse proiettavo.

Dovevo preoccuparmi eccome. Ma questa è un’altra storia.


neve e impianti sciistici vintage, vechia foto a colori

La neve era quella, il resto è venuto dopo.

Anni dopo mi disse: «Mi piacevi troppo. Non pensavo. Davvero, era come se il mio cervello fosse offuscato. Avrei dovuto pensare di più».

Il suo modo di chiedermi scusa.

Lo avevo perdonato tanto tempo prima.
Almeno così credevo.

Ma quanto ha pesato quel suo «non pensare»?

Forse se lo è  chiesto anche lui.

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Djieynaba – La sorella

Non ci siamo mai capite. Mai piaciute. Eppure eravamo forse le uniche che tenessero davvero a Seydou.

Era la sorella maggiore, unica femmina tra cinque fratelli: Oumar, Mamadou, Djieynaba, Seydou, Alassane. Sempre in boubou e foulard, ben truccata. Niente meches finte. Già troppo grossa quando la conobbi: camminava come una persona pesante.

Djieynaba con sua figlia Ouleye e la nipotina Djieyna, Dakar, Senegal

Djieynaba, Ouleue, Djieyna: appena le conobbi

Come tante di loro, si era lasciata sfasciare dalle gravidanze, dalla pigrizia, dall’inattività e dal troppo riso. Col passare degli anni, ancora più grossa. Gli uomini di quella famiglia erano alti e slanciati. Le donne no.

Adorava il marrone. Per le cerimonie portava monili d’oro e sembrava un enorme idolo. Ricordo quando vide un abito in dentelle marrone e giallo esposto nella vetrina di un couturier e disse: «Je veux le commander». E lo fece. Oddio, sembrava un gigantesco uovo di Pasqua.


Aveva divorziato dopo che il marito aveva preso un’altra moglie. Dopo di lui erano arrivate proposte per diventare seconda o terza moglie — mai la prima. Le aveva rifiutate tutte, anche se sarebbero state convenienti per la famiglia. La famiglia era in vista, le proposte venivano da gente in vista. Ma niente da fare. Diceva: «Sono l’unica femmina rimasta, c’est moi qui fait la coordination». E in effetti coordinava.

Viveva nella casa familiare ad HLM5. Casa a quattro piani:

  • Pianoterra: il nostro appartamento, quando tornammo dallo Zambia.

  • Primo piano: Djieynaba con i due figli.

  • Secondo piano: Ouleye con il marito medico e la loro bambina.

  • Terzo piano: la cameretta delle bonne, la grande cucina in comune, e la terrazza — dove durante la Tabaski sacrificavano i montoni. Orribile.

Coordinava tutto. Le cerimonie si tenevano lì: Korite, Tabaski, funerali. Sceglieva i montoni, chiamava le donne a cucinare il riso, contattava i marabout per leggere il Corano.

marabout durante cerimonia nel salotto di HLM5, Dakar

HLM5:  i marabout leggono il Corano. Djieynaba coordinava anche questo.

Nei giorni normali decideva lei cosa cucinare, quando chiamare la lingeuse, cosa comprare. Anche se poi era Fatima — la moglie di Alassane — a pagare.

La domenica arrivavano le buste. Portate da Alassane stesso, o da Fatima, o dal loro autista. Diecimila franchi per Ouleye, soldi per Djieynaba, per tutto il circo.


Fu lei a segnalarmi Une si longue lettre. Me lo mostrò, un tascabile, dicendo che era un bel libro. Le piaceva identificarsi con la protagonista — il marito prende un’altra moglie, lei rifiuta di diventare seconda moglie. Seydou mi aveva raccontato la sua storia. Leggendo, era facile capire.


La prima volta che la vidi di persona fu il 4 dicembre 2011, all’aeroporto di Dakar. Era venuta a riceverci insieme all’autista. Mi salutò con la bise. Garbata, non calorosa.

Andò avanti così per tutti e tre gli anni a Dakar. Cordiali, non vicine. Noi ad Hann Mariste prima, poi a Scat Urban. Lei ad HLM5. Ci frequentavamo quel tanto che la forma richiedeva, nel modo che la forma richiedeva. La bise. Bastava.

Il silenzio non era un problema: quasi sempre tutti persi nei telefonini o davanti alla tv. I primi tempi cercavo di fare conversazione, poi iniziai a fare come loro: telefono o tv. Quando si parlava, erano pettegolezzi o fatti di cronaca. Di rado.


Conobbe persino Gianfranco. O meglio: tutta HLM5 lo conobbe, perché lei lo invitò a pranzo. Eravamo ancora a Scat Urban. Arrivammo io e lui. Seydou, al solito, non venne — ogni occasione buona per stare solo con quel vizio che preferiva a tutto e a tutti.
Al telefono aveva detto che stava arrivando mio «zio». Lei non reagì in alcun modo. Laggiù non si obietta a queste cose. A pranzo c’erano tutti.

Gianfranco disse che davano un’impressione di potenza. «I tipi che ti farebbero fuori e ti nasconderebbero sotto al tappeto», scherzò. Ma era esattamente così: una famiglia potente.


Poi c’era Abdu. Eternamente all’università — non discuteva la tesi per i troppi scioperi, diceva. Lo vidi raramente studiare. Lo vidi invece chiedere soldi a Fatima per la sua «memoria», qualcosa riferito all’università. Alla fine si laureò, trovò una collaborazione. E si costruì una minuscola dependance al pianoterra. Una cameretta con bagno e letto matrimoniale. Ovviamente per scopare.

Djieynaba era furibonda. Le ragazze arrivavano di notte, lui la mattina dormiva fino a tardi. Lei mandava Seydou Jr a chiamarlo. Poi noi ci trasferimmo. Non so come andò a finire.

Seydou Jr lavorava sui camion della spazzatura — uno di quelli che stanno appesi dietro, scendono, prendono i bidoni e li rovesciano nel tritatutto. Poi andò in una tipografia.


La madre, Ouleye-Adja, viveva con loro. Terribile, autoritaria. Il giorno che mi conobbe mi fu «intimato» di sedermi accanto a lei. Djieynaba mi cedette il posto sul divano. Ouleye-Adja mi disse: «Questa figlia che tanto mi sorride, mi succhierebbe fino all’ultimo mio bene se potesse».


Poi partimmo per lo Zambia. Due anni.

Ouleye-Adja era morta.

Djieynaba di spalle alla commemorazione della morte della madre Ouleye-Adja, HLM%, Dakar

Djieynaba alla cerimonia per sua madre. La guardavo da fuori, come in questa foto.


Andammo ad abitare al pianoterra — l’eredità di Seydou. Djieynaba non reagì, non poteva.
Ma credo non fosse contenta.
Mirava ad allargarsi, a piazzarci i figli.

Non avevo bisogno di provare per sapere che la vita lì sarebbe stata difficile.

Carri armati culturali che si scontrano.

Ma questa è un’altra storia. O forse no. Forse è già cominciata.

L'autrice al quartiere di HLM5, Dakar, con una bambina della famiglia

Io, a HLM, con una bambina della famiglia. Non lo sapevo ancora, ma ero dentro un carro armato.

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Ce ne andiamo?

Non sapevo cosa sarebbe successo. In verità neppure sapevo cosa fosse esattamente successo. Tra Gianfranco e me.

Il numero dello studio me lo aveva dato il giorno prima. «Puoi chiamare quando vuoi, se non ci sono lascia detto a Silvia, la mia collaboratrice». Figurarsi. Non lo avrei chiamato mai.

E dopo che ci eravamo baciati in macchina — pesantemente baciati — e dopo che avrei voluto sparargli in mezzo agli occhi per avermi chiesto a bruciapelo se ero vergine, eravamo finiti al Parco Sempione. A pomiciare su una panchina. La più “riservata” che avessimo trovato. Fortuna che la temperatura era gradevole e c’era il sole.

Pomiciare è un termine un po’ debole. Mi aveva infilato le mani dappertutto. Sotto la camicetta, sotto le calze. Ero vergine, sì, ma non del tutto inesperta. Avevo risposto bene.


Dopo eravamo andati in un bar. E dopo aveva detto che doveva andare.

Era sposato. Non me l’aveva detto lui. Gliel’avevo detto io. Me l’avevano detto al lavoro. Mi aveva riaccompagnato a casa, mi aveva dato un bacio a fior di labbra, mi aveva detto: «Ci vediamo allo Stelvio». E non si era fatto più vivo.

Quindi non sapevo. Sapevo solo che ci saremmo incontrati. Io: ufficio stampa gestito da Nevesport. Lui: pierre per Rcs Comunicazione.


Ero partita coi titolari una settimana prima di lui. Era arrivato una settimana dopo di me. Non sapevo quando sarebbe arrivato e arrivò mentre ero in ufficio, con la felpa dell’organizzazione. Con qualche altro miliardo di persone. Non mi guardò neppure o forse mi guardò di sfuggita o forse ancora finse bene.

Scatto di Gianfranco con macchina fotografica Nikon e occhiali da sole

In jeans e occhiali da sole.

Disse un: «Trabajeros», ironico. In jeans e occhiali da sole. Mai visto vestito a quel modo prima di allora.

Non si trattenne quindi era venuto per me, come a dirmi sono qui. Ma allora manco a dirlo non l’avevo capito.

Seppi dopo che era andato a sciare. Dura la vita del pierre. Io, lì da una settimana prima di lui e manco ancora avevo visto la pista Verì. Eppure faxavo ogni santo giorno i risultati delle prove. Ai quotidiani, prima. A tutte le altre testate, dopo.


La sera ero seduta al lungo tavolo con tutta l’organizzazione, in mezzo ai titolari come Pinocchio con i due gendarmi. Al caffè sentii la sua voce. Era esattamente dietro di me, stravaccato sul divano, a chiacchierare e ridere forte con un gruppo di atleti. Franz Weber faceva giochi di prestigio con fazzoletti colorati.

Sentii le fiamme al viso, non osavo girarmi.

I titolari si alzarono e io con loro. Non sapendo mai bene cosa fare, facevo tutto quello che facevano, andando anche a letto alla stessa ora. Disse: «Non vorrete metterla anche a letto, no?»

Franz Weber mi requisì prendendomi per mano, mi fece sedere sullo stesso divano di Gianfranco, disse di scegliere una carta. Lo feci un paio di volte, Gianfranco commentava, ma non mi si rivolgeva mai direttamente. Avrei voluto sprofondare nella moquette.

Finché di punto in bianco si avvicinò al mio orecchio e disse: «Ce ne andiamo?»

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Dakar di Skype e polvere

Mi alzai con quell’idea fissa. Gianfranco in Senegal era come un sogno strano. Anche se lui era stato in Senegal prima e più di me. Ma senza di me.

Avevo voglia di qualcosa di mio. Anche se non era mio né io sua. Non da un bel pezzo, almeno. Ma non era per amore, anche se gli volevo bene. Non smisi mai di volergli bene. Volevo che mi aiutasse a portare quel peso. Non lo avrebbe mai saputo, non avrebbe mai saputo di che peso si trattasse. Ma mi avrebbe aiutato. Perché mi sentivo davvero come Atlante che ha sulle spalle il mondo. E un mondo pesante, per di più.

Non potevo chiamare subito. Era arrivato di notte. Dovevo aspettare. Mi venne in mente che avrebbe potuto non rispondere. E allora cosa avrei fatto? Neppure aveva ancora la sim senegalese. Neppure conoscevo il suo indirizzo.

Aiutai la bonne a spolverare gli scaffali dello showroom. Lavoro immane. Quanti chili di polvere si accumulavano ogni santo giorno a Dakar? E noi avevamo l’ingresso sulla strada principale: non solo polvere di sabbia, ma di gas di scarico. Quando finivamo avevo le dita nere come carbone. Il pavimento lo lavava lei, profumatissimo, coi detergenti Viking. Quelli che vendevamo.

Sedetti al pc. Cavolo, era ancora presto. Ci mettevamo davvero così poco a pulire? Temporeggiai guardando Facebook.

Dissi no ai bambini che già volevano fare i giochi col computer. Non cominciamo. Ma non dovevano essere a scuola? Ah, no. Era sabato. A che ora andavano alla dara, così almeno per un po’ non rompevano?

Feci partire la videochiamata. Rispose quasi subito. Aveva l’aria riposata anche se non potevo fare a meno di pensare che era dimagrito e un po’ invecchiato.
Aveva 60 anni ormai. Mi aveva detto di non essere stato benissimo. In seguito aveva ammesso di essere stato malissimo. Riacciuffato per la collottola al Granelli. Viaggio in Senegal quasi saltato.

Come al solito, aspettava sornione. Che gli dicessi… cosa? Non poteva avere capito. Faceva caldo, avevo il vestito senza maniche. Faceva caldo, era in maglietta. Dopo poco se la levò, non si formalizzava con l’ex amante. Disse: “Cazzo, non me lo ricordavo questo caldo”.

Sentii rumori. Disse: “È la bonne”. Ah. Ti sei preso anche la bonne. Cercai di sbirciare, individuai particolari del suo appartamento. Lui non cercava di sbirciare nulla. Fui io a dirgli: sono nello showroom, vedi? Fece segno di sì, sorridendo condiscendente come aveva sempre fatto.

Quando tradiva la moglie con me non mi sorrideva in quel modo. A ben guardare quando tradiva la moglie con me non sorrideva gran che. “Dopo” la moglie invece sì: come se si fosse improvvisamente ricordato di avere 18 anni più di me. Come se vedesse in me una specie di figlia. Di sorellina.

Seydou arrivò, mi baciò rapidamente, fece ciao con la mano a Gianfranco nel monitor che fece ciao con la mano a lui. Saluto cordiale o prova di forza tra uomini? 

Seydou andò a comprare le sue quattro, cinque sigarette giornaliere alla boutique. In Africa le vendono sfuse. Parlo ancora con Gianfranco: cosa avrebbe fatto tutto il giorno? Disse che sarebbe andato a fare il bagno, la sua casa era in cima a un sentiero che portava in spiaggia. Poi disse che avrebbe fatto un programma. Non parlò di vedersi. Voleva prima girare.

Gianfranco in Senegal e io lo vedevo su Skype. Seydou chiese alla nostra bonne se le serviva qualcosa per il pranzo. Segnale che stava per prendere l’auto e andarsene. Invidia per coloro che sanno sempre dove sono i mariti o, anche quando non lo sanno, non hanno ragione di preoccuparsene. Perché io sì? Anche se raramente il problema si presentava al mattino. Al mattino Seydou si manteneva sobrio. Per ora.

Gianfranco fece poche domande su come stavo, su Seydou, sulla vita a Dakar. Lui, con quel benevolo distacco che avevo imparato a riconoscere.

Fu lui a terminare la chiamata. Quando chiusi Skype lavorai come al solito. Gianfranco era in Senegal e mi sentivo più leggera. Anche se sapevo che era provvisorio e illusorio. Non mi sarei mai confidata. Ma dividere un peso idealmente funzionava. Almeno per un po’.

Quanti chili di polvere si accumulano ogni santo giorno a Dakar?

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